21 novembre 2012

Più a oriente della mia immaginazione

Piano piano, le luci iniziarono a spegnersi e ad accendersi a seconda dell'uso che avrebbero asservito. Intorno a lei ogni cosa sembrò prendere vita propria e muoversi verso una nuova dimensione.

Seduta sulla poltrona, guardava fuori dalla finestra assistendo meravigliata a quel valzer di vite.
Imponenti grattacieli, dalle forme più disparate, si stagliavano verso il cielo, mentre, sotto di essi, numerose macchine si alternavano, invertivano, giravano intorno.
I cartelloni pubblicitari si andavano riempiendo a poco a poco e le insegne luminose iniziavano ad invadere lo spazio circostante.

Il quadro che le si presentava era cosa nuova ai suoi occhi. Il cielo più o meno azzurro, terso, di un inverno non ancora maturo, si lasciava conquistare dalle luci della notte. Tutto questo avveniva in un rigoroso silenzio. Con ordine e maestria alla Walt Disney.

Sembrava quasi che un pittore invisibile colorasse ogni singola finestra, una ad una, fino ad accendere o spegnere le vite di ignari protagonisti. Finiti di illuminare i palazzi, passava al cielo, un blu sempre più scuro inondava quel quadro di sole luci. E infine le insegne, illeggibili caratteri, emergevano dal nulla, completavano in meno di un'ora la vista che Seoul regalava di sé a quella incredula ragazzina che se ne stava seduta di fronte alla finestra, come se fosse stata in un museo ad ammirare la vita avanzare in un quadro.



Non ha smesso un attimo di guardare fuori. Seppure sia notte, non ha potuto fare a meno di guardare il cielo. Il viso schiacciato contro il vetro e gli occhi sognanti.
Milioni di piccole e luminosissime stelle ricoprono il cielo. Cerca di riconoscere in alcune di esse un segno, un simbolo imparato da bambina, ma nessuna forma le è familiare.
Si domanda quanti pirati, marinai, conquistatori o semplici pescatori, abbiano alzato il naso al cielo e abbiano deciso quale strada percorrere consultando questa immensa mappa stellata.

Non una barca nel mare sottostante, solo buio e immensità.

L’occhio reclama più tempo per potersi abituare, per poter riconoscere qualcuna di quelle luci. Ma niente. Non vi è segno che lei possa distinguere.

E poi, d'improvviso, mentre si lascia affascinare e rapire da questa rete di stelle, vede una luce scivolare lungo questo tappeto. Chiude gli occhi e chiede l’unica cosa che le manca. Chiude gli occhi e sorride pensando che il suo desiderio nel tempo non è mai cambiato. Chiude gli occhi alla vista del cielo sul mare di Taiwan in questa notte di stelle.

Taglia in due lo spazio. Vira piano e sotto di esso si apre uno spettacolo che lascia senza parole.
Non c’è stella in cielo, ma la vista è comunque illuminata da milioni di punti luce che definiscono ogni imbarcazione presente nella baia.
Siamo ancora lontani dalle luci della città, eppure sembra che sotto di noi si estenda una popolosa rete di abitazioni, fatta di imbarcazioni dalle forme più disparate. Si fanno l’un l’altra compagnia in questa buia notte.
Sembrano essere state posizionate una ad una, come se il mare fosse un’immensa scacchiera e ogni barca una pedina. Non so quale gioco si potrebbe fare con loro, che se ne stanno immobili mentre tutto intorno scorre.

È impressionante come riescano a stare lì, sospese nel buio, così lontane da sembrare irraggiungibili e così surreali da sembrare a un passo dalla mia mano.

Vira ancora. Taglia in due una nuvola e poi la baia, i moli e le luci della città fanno compagnia alle mille e più barche che affollano questo mare.

Non credevo potesse togliere il fiato in questa maniera. La notte completamente illuminata. Milioni di vite frenetiche, vengono impresse nella luce che Singapore regala agli avventori del cielo.






11 novembre 2012

Eros the Bittersweet



Carla Marie Freed - L'ultima volta che io e te




« La parola greca Eros, significa Desiderio. Mancanza. Desiderio di cio' che e' Perduto. L'amante desidera quello che non ha. Per definizione e' impossibile, per lui, avere cio' che vuole. Perche' una volta che l'ha ottenuto ... Non lo desidera piu'. »
 (Anne Carson )


29 ottobre 2012

Dit' e Nat'


A volte bisogna rischiar, fare altre cose.
Occorre rinunziare ad alcune garanzie perché sono anche delle condizioni.
(La fine è il mio inizio)



21 ottobre 2012

An Island


un'isola. una minuscola isola.
ecco cosa vorrei essere



And all my fingers ran off
And I just couldn't follow them
Your eyelash was an island
And your eyes were someone's friend

Oh could that have been
Well I hardly was a real sweet thing
Now when my smells grew some new smells
And I just couldn't smell them all
I smell my sister in the winter
And my father in the fall
Cross and then snow
A tired moan



An Island - Devendra Banhart

09 ottobre 2012

Margherite sciupate

- "Ciao, come stai?"

Esita prima di rispondere, quasi a pensarci su, a voler essere sicura che dalla sua bocca non esca la verità.
- "Bene, grazie. E tu?"

- "Io come sempre. So che odi questo modo di dire, ma non è cambiato nulla da quando sei andata via. Anzi no, è cambiato tutto, ma io non me ne sono curato."
Si lascia cadere sulla poltrona che è accanto al telefono. Incrocia le gambe e inizia a fissare il soffitto.  Poi, le dice:
-"Ti ho pensato molto e mi domandavo se tu avessi visto qualcun'altro? Si, insomma, se tu fossi uscita con qualcuno" - Pausa.

Si passa una mano tra i capelli, quasi a ispezionarli. Dovrei lavarli - pensa, mentre distrattamente lo ascolta e cerca di capire dove voglia arrivare.
- "No. Non sono uscita con nessun'altro. Ti spiace?"

- Come credi possa spiacermi - vorrebbe poterle dire così. Si accende una sigaretta, aspira e continua:
- "Certo. Avresti potuto incontrare quello perfetto. Quello che insegui da una vita. Tesoro, ti sei lasciata scappare una grande opportunità. E adesso? Dimmi un pò, adesso chi si prenderà cura di te? Chi affronterà tutti i tuoi cambi di umore, le tue paure? Chi ti leggerà le poesie nel cuore della notte? Chi ti sveglierà per fare l'amore?"
Scende una lacrima, mentre con rabbia le sputa tutto il suo disprezzo.

Incrocia le gambe sul letto, le guarda. Lo lascia parlare. Lascia che quelle parole la investano, che la rabbia la circondi. Sa di non esserne immune, ma sa anche che fare finta prima o poi servirà a qualcosa. Non vorrebbe rispondergli, vorrebbe perdere la voce, non proferire parola alcuna, ma realizza che peggiorerebbe solo le cose.
- "Potrei tornare da te! Mi riprenderesti con te? Il gatto, la pianta grassa, le pantofole a forma di mucca, il mio pigiama di pile e tutti i libri che ho saccheggiato alla tua libreria, ci riprenderesti con te?"

La odia, cazzo quanto la sta odiando in questo momento. Quando fa la saccente viziata non può non odiarla, anche se dentro di lui è lì a ripetersi che non deve cedere, che non può ancora una volta lasciare che lei l'abbia vinta.
- "Ovvio, ma sappi che ti riprenderei solo per i libri e per riavere la casa piena di peli. Quando torni?"
Si alza, va in cucina a prendere una birra. Sa che sarà una telefonata lunga e non vuole perderne una sola parola.

- "Non so, domani per te va bene? Certo dovrei raccogliere di nuovo tutte le mie cose, ma credo di potercela fare. E verrai a prendermi alla stazione? Magari potresti portare uno striscione o una banda per accogliermi. Allora? Verrai?"

Tace. Sta per mettersi in un casino più grande di lui.
- "Sarò lì ad attenderti. Porterò dei fiori, li vuoi i fiori? Margherite, vanno bene? E non preoccuparti dei pacchi."

Sta mentendo, a se stesso, a lei, all'altra. Mente da sempre per colpa di lei. La odia, ma non può fare a meno di amarla. La chiama per tormentare se stesso, per tormentare lei.
La cerca come si cerca l'amore della propria vita, ma poi la rinnega come se fosse la peggiore delle donne.

Questa telefonata sta durando troppo. Illusioni e amare verità si scontrano uscendo dalle loro bocche. Desideri e paure. Quante cose non dette ci sono nelle loro pause. Lei presta sempre più attenzione alle parole di lui, ma lui è già altrove.

- “Ti aspetto. A domani. Notte”
Chiude così la telefonata, si alza dalla poltrona. Attraversa il corridoio e si mette a letto. Fa piano, ma sveglia l’altra, che gli chiede :
- “Ma chi era?”
e lui con la voce più rassicurante del mondo:
 - “Nessuno, torna pure a dormire tesoro.”



Posa la cornetta, guarda il gatto e le sue cose che campeggiano sul pavimento. Sa che domani non ci sarà alcun treno, alcuna stazione, nessuna banda o margherite. Si stende e tira le coperte fin sul naso.

Si spengono le luci delle finestre vicine. E che sia Roma o Milano poco importa.
Ci sono due che domani riprenderanno la vita di sempre e faranno finta che questa telefonata notturna non sia mai esistita. Condurranno vite distanti sperando che il telefono suoni ancora.

04 ottobre 2012

Celeste nostalgia

E ricordava, sorpresa, di aver sempre creduto che le mancasse quella parte di anima, 
quel mattoncino di Lego, 
che le avrebbe permesso di unirsi ad un'altra persona.
Qualcuno con cui correre - David Grossman




Mi manchi.
Mi manca il tuo profumo al mattino tra le mie coperte.
Mi manca il braccio che mi cinge la vita e mi stringe come se volesse trattenermi.
Mi manca svegliarmi e averti accanto. Sorprenderti a guardarmi. Allungarmi fino al tuo naso e baciarlo.
Mi mancano i silenziosi caffè bevuti mentre leggevi il giornale e io coccolavo il gatto.
Mi mancano quei sorrisi di intesa.
Mi mancano i baci appassionati, rubati all'improvviso per strada.
Mi mancano gli inverni freddi passati nella tua felpa seduta accanto a te sul divano cercando di guardare un film.
Mi manca addormentarmi tra le tue braccia.

Mi domando se a mancarmi sia tu o tutto il resto...





Nostalgia - Mirjana Gotovac

16 settembre 2012

Un pomeriggio al museo



Tornò dalle battaglie perse e si dimenticò la strada 
Poi errando si svagò vagando un po' al museo 
di scienza naturale 
Faceva proprio finta di sapere dove andare! 

(Canzone per Natale, Morgan)


Ieri sono stata al museo di scienze naturali, e non perché volessi far finta di sapere dove andare, sapevo esattamente dove stavo andando. 

Forse, è il caso che dia qualche spiegazione in più. Vediamo, potrei iniziare dicendo che sono una nerd, anzi una mancata nerd. 
E' difficile a credersi se conoscete di me le sole ore della sera in cui va in scena "Futilità ed affini. Il peggio di me in atto unico." o vi fermate all'impressione dei primi 5/10 minuti (ok, per qualcuno è molto di più) in cui appaio una vera str***a.

Proverò, ad ogni modo, a dare qualche prova a conferma della mia tesi:

- adoro i supereroi, nello specifico faccio da sempre il tifo per il cavaliere oscuro. Ho divorato fumetti, visitato mostre e speso ore davanti alla TV a guardarne i cartoni animati;

- ho frequentato una scuola in cui si studiava come programmare un pc. Ci sono andata di mia spontanea volontà;

- adoro la matematica, la fisica, l'astronomia, la teoria dei giochi, e mi diverto a poter esprimere eventi più o meno importanti attraverso "i giochi";

- quando ero piccola compravo un periodico sugli insetti e non provo alcun problema a doverci convivere o a doverne affrontare uno (questo non è molto da nerd, anzi è molto da maschiaccio);

- adoro Sheldon Cooper, il Dottor Sheldon Cooper.

Credo possa bastare, altrimenti rischio di andare fuori traccia.

Beh ieri ho passato il pomeriggio al museo di scienze naturali e ho vissuto le migliori 3 ore della giornata.

Ora lasciando fuori la mostra d'arte contemporanea (dedicata  a  Angelo Bozzola), Bulloni e Farfalle - 150 anni di Ambiente e le altre due esposizioni, io sono stata letteralmente rapita dagli scheletri, dagli animali imbalsamati e da quelli in barattolo. 



Lo so che a dirsi così sembra di avere a che fare con un mostro, ma è semplicemente prevalsa la curiosità mista all'immaginazione tipica della bambina che mi gira intorno.




Passeggiando in quelle sale, non ho potuto non pensare "se mai un giorno dovessi passare Una notte al museo, mi auguro non  questo" e credo sia facile intuirne il perché.







Categoria 1. Ossa






























Categoria 2. Barattoli









Ripensandoci bene c'è un'altra cosa che mi ha colpito: lo stupore. 
Lo stupore di chi mi ha visto gironzolare nelle sale per ore, da sola, con la macchina fotografica e l'aria di chi stava vivendo un sogno. 

14 settembre 2012

Storia di un amore. Storia di un addio.

E venne il giorno in cui ogni cosa prese la giusta forma.



Non so come poterlo spiegare, in realtà non riesco ancora a spiegarlo nemmeno a me stessa.
È stato come se nulla fosse mai esistito prima, come se noi non ci fossimo mai incontrati, innamorati, distrutti. La guerra che ci siamo fatti ha lasciato macerie qua e là che non riesco più a vedere.
Forse non ci sono nemmeno più i ricordi.


 

Ti aspetto seduto al tavolino di questo bar. Ti aspetto come ho già fatto un milione di volte, ma non mi pesa. Giro lo zucchero nel caffè e guardo fuori. È già marzo. È già passato più di un anno dall'ultima volta. Ricordo quel giorno come fosse ieri. Impresso nella mia mente c'è però il momento in cui hai preso il piatto che era sul tavolo e l'hai lanciato a terra. Devo ammettere che il tuo essere plateale si può riassumere tutto in quel gesto, tutto in quell'unico momento.



Non so ancora se presentarmi, uscire e incontrarti era l'ultima cosa che mi sarei aspettata. Non so come ho potuto telefonarti e dire che avevo bisogno di parlarti.
Non credevo che ti avrei chiesto un appuntamento.
Chissà se sei già in quel bar, chissà a cosa stai pensando e a cosa hai pensato dal momento che hai preso la cornetta e sentito la mia voce.


 
Ricordi quella volta che siamo andati al mare? La volta che avevamo preso entrambi un giorno di ferie per la nostra piccola gita e pioveva come se fossimo stati nella grigia Inghilterra. Insistesti al punto da convincermi e caricare in macchina coperta e panini. Volesti portare anche i racchettoni. Il tuo ottimismo si superò in quell'occasione. Ma pioveva senza sosta e finimmo per mangiare in un ristorantino sul lungomare di Ostia. 
 Passammo il pomeriggio pasticciando con gli amari in un bar della zona. Ovviamente i panini tornarono a casa con noi e furono la cena che non ci aspettavamo di fare.



La metro è affollata, questa città è sempre più piena di gente.
Distrattamente entro nel vagone e mi siedo, che fortuna.
Ho messo i jeans, un maglioncino rosso e il giubbetto di pelle. Ho legato i capelli in una coda morbida e ho messo il tuo profumo, quello che ti piaceva tanto.
Il profumo che ogni tanto mi chiedevi di mettere prima di andare a dormire così da poterlo lasciare impresso nelle lenzuola. Era un modo insolito di tenermi con te quando al mattino ero la prima ad alzarsi e andare via. Affondavi il viso nel mio cuscino e avevi così l'impressione che fossi ancora in giro.


 
Ogni volta che la porta del bar si apre alzo la testa dal mio libro sperando di vederti entrare. Ho finito il caffè e non so se ordinare qualcos'altro. Mi prendo ancora qualche minuto per decidere e intanto sfoglio distrattamente il mio libro. Ti penso. Penso al tuo sorriso, che esplodeva all'improvviso e infondeva il buon umore in chi ti stava accanto. La tua abitudine di canticchiare per strada e rivolgere sorrisi a bambini e ciclisti da marciapiede. Sono certo che lo fai ancora. 
Ci sono state volte in cui la tua gentilezza è stata per me fonte di insana gelosia. 
Riaffiora alla mente la volta in cui ti ho dato uno schiaffo a causa della mia gelosia. 
Avevi passato il pomeriggio a chiacchierare con il ragazzo del terzo piano e ti eri dimenticata del nostro appuntamento. Inevitabile lo scontro verbale che ci fu. Forse quello schiaffo avrei potuto evitarlo. Mi spiace. Non so quante volte ho ripetuto che non volevo, che non era mia intenzione e che non sarebbe successo mai più. Mi guardasti con gli occhi pieni di lacrime, una mano a coprire il segno lasciato sulla guancia, non perdesti un briciolo della tua fiera dignità mentre io mi distruggevo in lacrime e scuse.
 Eravamo così diversi.



Ancora un paio di fermate e poi dovrò scendere. Imboccare il tunnel, fare le scale un gradino alla volta, circondata da persone indifferenti, ignare della nostra storia, del nostro amore.
Ti penso.
Penso alle nostre cene, a come vivevamo le nostre serate casalinghe.
Un alternarsi ai fornelli che ci permetteva di sentirci complici. Chi dei due era l'ospite non sapeva fino all'ultimo cosa avrebbe mangiato. Aveva il solo onere del dolce.
Adoro ricordare quel periodo. È stato l'ultimo sprazzo di felicità.
Poi è stata la volta dei tradimenti, delle liti, delle rotture.
Valigie preparate e disfatte alla velocità della luce.
Ti ho odiato, ma non potevo fare a meno di te. Non potevo fare a meno del mio uomo che era complice e carnefice nello stesso momento, eppure un giorno ho detto basta.
È stato più facile di quanto credessi, ho preso le mie cose, la pianta, il gatto e sono andata via.
Senza guardarmi indietro, opponendo resistenza all'amore, alle parole, alle promesse, alle lacrime.
È stato sempre così, sempre la più forte fra i due. Questo pensiero ripassa nella mia mente più e più volte come se fosse un disco rotto.
È la mia fermata. Non scendo.


 
Ho chiuso il libro. Ho smesso di fissare la porta.
Mi domando se sia il caso incontrarsi, in questi giorni non mi sono preoccupato di trovare una risposta a questa domanda. Ero troppo felice. Eppure per un attimo, adesso, mi domando quanto sia sano incontrarsi, parlare, far sì che i nostri due mondi si scontrino ancora una volta. Ho paura dell'idea che possa riscoprirmi innamorato. Ti ho amato tanto, ma adesso non è lo stesso. 
È inevitabile che sia così e allora mi domando: perché chiamare? 
Telefonare dopo mesi di assenza, silenzi, mancate risposte. Ti ho cercata a lungo e quando sfinito, schiacciato dal peso dei tuoi no, ho ripreso a vivere. 
Mi alzo, pago il caffè e vado via.




Non c'è altro da dirsi. Tutto è stato già detto.



08 settembre 2012

L'amore, il mito e la fonte di Aretusa



Giace della Sicania al golfo avanti un'isoletta che a Plemmirio ondoso è posta incontro, e dagli antichi è detta per nome Ortigia. A quest'isola è fama, che per vie sotto il mare il greco Alfeo vien, da Doride intatto, infin d'Arcadia per bocca d'Aretusa a mescolarsi con l'onde di Sicilia…
 (Virgilio, Eneide, libro III, v. 1095 sgg.)







“Amor, amor, sussurran l’acque;
a Alfeo chiama nei verdi talami Aretusa”

GIOSUE’ CARDUCCI
 (Primavere elleniche)
















“Una fonte incredibilmente grande, brulicante di pesci,
e così situata che le onde del mare la sommergerebbero
se non fosse protetta da un massiccio muro di pietra”

CICERONE (Verrine)








“….Io non cerco che dissonanze Alfeo,
qualcosa di più della perfezione.
…. Non un luogo dell’infanzia cerco,
e seguendo sottomare il fiume,
già prima della foce di Aretusa,
annodare la corda spezzata dell’arrivo”

SALVATORE QUASIMODO (Seguendo l’Alfeo)




Se avessi usato le parole della mia guida per raccontarvi questa storia, avrei deluso ogni potenziale lettore, amico o avventore occasionale. 

Ad introdurvi questa storia sono state le parole di altri, io ho solo messo su il solito collage. Spero che non sia venuto così male.

Voglio comunque darmi una possibilità e raccontare la storia nella storia, chiedo già ora umilmente scusa a chi la storia la conosce sicuramente meglio di me.

L'oggetto in questione è la fonte Aretusa, il suo mito, l'amore e le acque che ne caratterizzano la magia.

A me la storia è stata veramente raccontata maluccio, la guida non era presente al momento della visita e forse io avevo un'aspettativa troppo alta.
"Ti piacerà. Piace a tutti. E' qualcosa di magico, pensa che a un metro o poco più dal mare c'è questa fontana d'acqua dolce, una cosa che non si riesce a spiegare. Ti piacerà!" 
Così mi era stata introdotta la fonte e nel mio immaginario chissà cosa avevo costruito, non saprei spiegarlo. Infondo una fonte d'acqua dolce con tanto di papiro a pochi passi dal mare è un gran bello spettacolo.

Non so quale grande magia mi aspettassi.

L'immaginazione può volare fin troppo in alto, ma va bene così. In fin dei conti, la fonte mi è piaciuta e ne ho apprezzato la magia del mito quando ne ho letto.

In breve, il mito è il seguente:
"Aretusa apparteneva alle ninfe a seguito di Diana, trascorreva le sue giornate  nei boschi rigogliosi situati sotto il Monte Olimpo in Grecia. Era bella. Molto bella. Bella al punto da provare turbamento e rossore nel mostrarsi agli uomini. 

Un giorno, durante una battuta di caccia si allontanò troppo dal gruppo ed arrivò sola alle sponde del fiume Alfeo. La giornata afosa e le incredibili acque del fiume fecero si che la giovane avesse voglia di fare un bagno. 

Aretusa, spinta dal non essere vista e dal caldo, si tolse le vesti che poggiò sopra un tronco d’albero e s’immerse. Ebbe subito però la sensazione che verso il centro del fiume, l’acqua attorno a lei cominciasse a fremere, sembrava come se l'acqua volesse accarezzarla. Queste sensazioni la turbarono al punto da voler uscire e cercò di farlo, ma fu proprio in quel momento che il fiume Alfeo si tramutò in un bel giovane che le si mostrò con gli occhi di un innamorato.

La ninfa però presa dalla pausa riuscì a svincolarsi e a raggiungere con grande sforzo la riva, dove fuggì nuda e gocciolante. 
Alfeo la inseguì. 
Questo rincorrersi durò molto e quando Alfeo fu sul punto di raggiungerla, Aretusa chiese protezione a Diana , invocando di essere trasformata in sorgente in un luogo possibilmente molto lontano dalla Grecia.

Diana la avvolse in una nebbia, la tramutò in una sorgente e la portò a Siracusa presso l’isola di Ortigia.

Alfeo perse di vista la sua ninfa, ma non il desiderio e quando la nebbia si diradò vide come in uno specchio una fonte d’acqua zampillante ed immersa in un giardino meraviglioso. Allora capì il prodigio ed era talmente innamorato che straripò d’amore. 

Gli dei ne ebbero pietà e Giove l’onnipotente gli permise di raggiungere la sua amata, ma Alfeo dovette fare un grande sforzo, scavò un sotterraneo sotto il Mare Ionio e dal Peloponneso venne a sbucare nel Porto grande di Siracusa, accanto alla sua bella amata: Aretusa. Insieme vissero felici per sempre”.

Ora che sapete la storia, non vi resta che andare a passeggiare al tramonto lungo la fonte. Vi consiglio di farlo con qualcuno di speciale perché il mito di Aretusa, il mare e la bellezza dell'Isola di Ortigia sono qualcosa di magico da condividere.



05 settembre 2012

Torna da me

Accende la prima sigaretta del giorno, mentre si stringe in una camicia non sua. La porta alla bocca. Aspira come se in quel gesto cercasse tutte le risposte del mondo. Si guarda intorno, cerca di dare ordine al caos che le attanaglia lo stomaco. Cerca di ricordare cosa ha mangiato, anche se in realtà dovrebbe ricordare cosa ha bevuto.

Continua a fumare, mentre lascia la stanza.

Guarda fuori dalla finestra. Si ferma e per un attimo non più un pensiero affolla la sua mente.
Sorseggia da una tazza grande caffè nero senza zucchero.

"Torna da me" ripete a bassa voce, come se volesse trattene parole e pensieri tra le labbra. In realtà, sembra voler trattenere molto di più. Che trattenga la sua vita, il suo io, tutto quello che lei è senza di lui? 

Sorride della sua ingenuità, delle sue incertezze, dei timori che l'assalgono e dell'avventatezza che queste parole le provocano. Ha una certa paura a ripeterle ad alta voce.

Decide di tornare in camera quando ha ormai finito di fumare.

Si avvicina al letto e sposta via la coperta per potersi aprire un varco. Non ha tolto la camicia indossata per ripararsi dal gelo del mattino. Chiude gli occhi e si avvicina a lui, così vicina da sentirne il respiro. E mentre si immerge in quel sonno, in quel mondo, in quell'odore sussurra piano: "Amore, sono tornata"

E lui che sembrava aspettarla da sempre, la tira a se e la stringe forte.
La stringe come non ha mai, forse, stretto nessuna. 
La stringe e scopre la camicia ruvida, l'odore di fumo e il sapore che il caffè ha lasciato a quella bocca, a quelle labbra.

Sorride. E mentre apre gli occhi per poterla guardare, le dice: "Stronza, se vai via di nuovo io non ti aspetterò. Cancellerò ogni tuo gesto, ogni tua parola. Amerò un'altra come tu non sarai mai amata da nessuno." 
Sussurra deciso queste parole all'orecchio di lei, la stringe a se, ne aggiusta le ciocche di capelli portandole dietro l'orecchio. Ne respira il profumo . Ascolta quel cuore battere sempre più veloce.

Lei si stringe a lui.
Poggia la testa contro quel corpo e dice: "Non vado da nessuna parte"

29 agosto 2012

Parole, mare ed immagini - 1993

Ci sono gesti rassicuranti come pochi. E c'è qualcosa di magico in certi libri e qualcosa di altrettanto magico c'è in chi li legge e si ritrova a sfogliare sempre le stesse pagine, a rileggere sempre la stessa storia.

Sentirsi al sicuro col semplice rileggere e sfogliare un libro che si conosce come le proprie tasche. Un libro di cui si conoscono le pagine a memoria, ma che riesce ad emozionarci sempre come la prima volta. Un libro che ogni volta ci mostra una sfumatura nuova e allo stesso tempo anticipiamo nell'evolversi della storia.

C'è qualcosa di magico nel libro che noi abbandoniamo in giro per casa e in cui ci imbattiamo ogni volta che abbiamo bisogno di conforto.

C'è un libro che rappresenta tutto questo e molto altro per me e per chi mi circonda. 




Oceano Mare, A. Baricco 


…venivano dai più lontani estremi della vita, questo è stupefacente,
da pensare che mai si sarebbero sfiorati, se non attraversando da capo a piedi l’universo,
e invece neanche si erano dovuti cercare, questo è incredibile,
e tutto il difficile era stato solo riconoscersi, riconoscersi, una cosa di un attimo,
il primo sguardo e già lo sapevano, questo è il meraviglioso
- questo continuerebbero a raccontare, per sempre, nelle terre di Carewall,
perché nessuno possa dimenticare che non si è mai lontani abbastanza per trovarsi,
mai – lontani abbastanza – per trovarsi – lo erano quei due, lontani più di chiunque altro…




Poi avvicina il pennello al volto della donna, esita un attimo, lo appoggia sulle sue labbra e lentamente lo fa scorrere da un angolo all'altro della bocca. Le setole si tingono di rosso carminio. Lui le guarda, le immerge appena nell'acqua, e rialza lo sguardo verso il mare. Sulle labbra della donna rimane l'ombra di un sapore che la costringe a pensare "acqua di mare, quest'uomo dipinge il mare con il mare" – ed è un pensiero che dà i brividi.




Fanno delle cose, le donne, alle volte, che c'è da rimanerci secchi. Potresti passare una vita a provarci: ma non saresti capace di avere quella leggerezza che hanno loro, alle volte. Sono leggere dentro. Dentro.






Quando facevo i ritratti alla gente iniziavo dagli occhi. Li studiavo per minuti e minuti, li abbozzavo con la matita e quello era il segreto perché una volta che voi avete disegnato gli occhi.. Succede che tutto il resto viene da sé, è come se tutti gli altri pezzi scivolassero da soli intorno a quel punto iniziale [...] il problema è: dove cavolo sono gli occhi del mare?



Non è che la vita vada come tu te la immagini. Fa la sua strada. E tu la tua. Io non è che volevo essere felice, questo no. Volevo... salvarmi, ecco: salvarmi. Ma ho capito tardi da che parte bisognava andare: dalla parte dei desideri. Uno si aspetta che siano altre cose a salvare la 

gente: il dovere, l'onestà, essere buoni, essere giusti. No. Sono i desideri che salvano. Sono l'unica cosa vera. Tu stai con loro, e ti salverai. Però troppo tardi l'ho capito. Se le dai tempo, alla vita, lei si rigira in un modo strano, inesorabile: e tu ti accorgi che a quel punto non puoi desiderare qualcosa senza farti del male. È lì che salta tutto, non c'è verso di scappare, più ti agiti più si ingarbuglia la rete, più ti ribelli più ti ferisci. Non se ne esce. Quando era troppo tardi, io ho iniziato a desiderare. Con tutta la forza che avevo. Mi sono fatta tanto di quel male che tu non puoi nemmeno immaginare.



Volevo dire che io la voglio, la vita, farei qualsiasi cosa per poter averla, tutta quella che c'è, tanta da impazzirne, non importa, posso anche impazzire ma la vita quella non voglio perdermela, io la voglio, davvero, dovesse anche fare un male da morire è vivere che voglio. Ce la farò, vero? Vero che ce la farò?







Amore, G. Klimt
Impressione Alba, C. Monet
Les Demoiselles d'Avignon, P. Picasso
J. Mirò
Notte stellata Rodano, V. Van Gogh
L'albero della vita, G. Klimt



25 agosto 2012

10 scatti da Polaroid


Dateci il giocattolo giusto e ne faremo la nostra vita. 

Questa la filosofia condivisa da bambini e adulti, che con in mano il gioco "perfetto" sono capaci di passarvi le ore.

Il mio nuovo gioco è l'applicazione Instagram. 


Instagram è un'applicazione gratuita che ci permette di scattare foto, applicare filtri, e condividerle sui diversi social network.

In omaggio alle Polaroid, gli inventori di questa applicazione hanno voluto dare alle fotografie la forma quadrata e non il solito formato 3:2.

I signori Kevin Systrom e Mike Krieger hanno fatto proprio una furbata con questa applicazione. 

Sono certa che questa mania/voglia/desiderio di immortalare e condividere assale un pò tutti allo stesso modo e i vari social network lo dimostrano.

Con questo nuovo gioco ho immortalato di tutto ultimamente e in 10 scatti i miei 7 giorni in Sicilia. 



Buona visione!





Sicilia: Granita&Brioche - Aperitivo





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