14 settembre 2012

Storia di un amore. Storia di un addio.

E venne il giorno in cui ogni cosa prese la giusta forma.



Non so come poterlo spiegare, in realtà non riesco ancora a spiegarlo nemmeno a me stessa.
È stato come se nulla fosse mai esistito prima, come se noi non ci fossimo mai incontrati, innamorati, distrutti. La guerra che ci siamo fatti ha lasciato macerie qua e là che non riesco più a vedere.
Forse non ci sono nemmeno più i ricordi.


 

Ti aspetto seduto al tavolino di questo bar. Ti aspetto come ho già fatto un milione di volte, ma non mi pesa. Giro lo zucchero nel caffè e guardo fuori. È già marzo. È già passato più di un anno dall'ultima volta. Ricordo quel giorno come fosse ieri. Impresso nella mia mente c'è però il momento in cui hai preso il piatto che era sul tavolo e l'hai lanciato a terra. Devo ammettere che il tuo essere plateale si può riassumere tutto in quel gesto, tutto in quell'unico momento.



Non so ancora se presentarmi, uscire e incontrarti era l'ultima cosa che mi sarei aspettata. Non so come ho potuto telefonarti e dire che avevo bisogno di parlarti.
Non credevo che ti avrei chiesto un appuntamento.
Chissà se sei già in quel bar, chissà a cosa stai pensando e a cosa hai pensato dal momento che hai preso la cornetta e sentito la mia voce.


 
Ricordi quella volta che siamo andati al mare? La volta che avevamo preso entrambi un giorno di ferie per la nostra piccola gita e pioveva come se fossimo stati nella grigia Inghilterra. Insistesti al punto da convincermi e caricare in macchina coperta e panini. Volesti portare anche i racchettoni. Il tuo ottimismo si superò in quell'occasione. Ma pioveva senza sosta e finimmo per mangiare in un ristorantino sul lungomare di Ostia. 
 Passammo il pomeriggio pasticciando con gli amari in un bar della zona. Ovviamente i panini tornarono a casa con noi e furono la cena che non ci aspettavamo di fare.



La metro è affollata, questa città è sempre più piena di gente.
Distrattamente entro nel vagone e mi siedo, che fortuna.
Ho messo i jeans, un maglioncino rosso e il giubbetto di pelle. Ho legato i capelli in una coda morbida e ho messo il tuo profumo, quello che ti piaceva tanto.
Il profumo che ogni tanto mi chiedevi di mettere prima di andare a dormire così da poterlo lasciare impresso nelle lenzuola. Era un modo insolito di tenermi con te quando al mattino ero la prima ad alzarsi e andare via. Affondavi il viso nel mio cuscino e avevi così l'impressione che fossi ancora in giro.


 
Ogni volta che la porta del bar si apre alzo la testa dal mio libro sperando di vederti entrare. Ho finito il caffè e non so se ordinare qualcos'altro. Mi prendo ancora qualche minuto per decidere e intanto sfoglio distrattamente il mio libro. Ti penso. Penso al tuo sorriso, che esplodeva all'improvviso e infondeva il buon umore in chi ti stava accanto. La tua abitudine di canticchiare per strada e rivolgere sorrisi a bambini e ciclisti da marciapiede. Sono certo che lo fai ancora. 
Ci sono state volte in cui la tua gentilezza è stata per me fonte di insana gelosia. 
Riaffiora alla mente la volta in cui ti ho dato uno schiaffo a causa della mia gelosia. 
Avevi passato il pomeriggio a chiacchierare con il ragazzo del terzo piano e ti eri dimenticata del nostro appuntamento. Inevitabile lo scontro verbale che ci fu. Forse quello schiaffo avrei potuto evitarlo. Mi spiace. Non so quante volte ho ripetuto che non volevo, che non era mia intenzione e che non sarebbe successo mai più. Mi guardasti con gli occhi pieni di lacrime, una mano a coprire il segno lasciato sulla guancia, non perdesti un briciolo della tua fiera dignità mentre io mi distruggevo in lacrime e scuse.
 Eravamo così diversi.



Ancora un paio di fermate e poi dovrò scendere. Imboccare il tunnel, fare le scale un gradino alla volta, circondata da persone indifferenti, ignare della nostra storia, del nostro amore.
Ti penso.
Penso alle nostre cene, a come vivevamo le nostre serate casalinghe.
Un alternarsi ai fornelli che ci permetteva di sentirci complici. Chi dei due era l'ospite non sapeva fino all'ultimo cosa avrebbe mangiato. Aveva il solo onere del dolce.
Adoro ricordare quel periodo. È stato l'ultimo sprazzo di felicità.
Poi è stata la volta dei tradimenti, delle liti, delle rotture.
Valigie preparate e disfatte alla velocità della luce.
Ti ho odiato, ma non potevo fare a meno di te. Non potevo fare a meno del mio uomo che era complice e carnefice nello stesso momento, eppure un giorno ho detto basta.
È stato più facile di quanto credessi, ho preso le mie cose, la pianta, il gatto e sono andata via.
Senza guardarmi indietro, opponendo resistenza all'amore, alle parole, alle promesse, alle lacrime.
È stato sempre così, sempre la più forte fra i due. Questo pensiero ripassa nella mia mente più e più volte come se fosse un disco rotto.
È la mia fermata. Non scendo.


 
Ho chiuso il libro. Ho smesso di fissare la porta.
Mi domando se sia il caso incontrarsi, in questi giorni non mi sono preoccupato di trovare una risposta a questa domanda. Ero troppo felice. Eppure per un attimo, adesso, mi domando quanto sia sano incontrarsi, parlare, far sì che i nostri due mondi si scontrino ancora una volta. Ho paura dell'idea che possa riscoprirmi innamorato. Ti ho amato tanto, ma adesso non è lo stesso. 
È inevitabile che sia così e allora mi domando: perché chiamare? 
Telefonare dopo mesi di assenza, silenzi, mancate risposte. Ti ho cercata a lungo e quando sfinito, schiacciato dal peso dei tuoi no, ho ripreso a vivere. 
Mi alzo, pago il caffè e vado via.




Non c'è altro da dirsi. Tutto è stato già detto.



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