20 febbraio 2013

Una smisurata tristezza #3


Parte 1 Incontri #1
Parte 2 Musicanti balcanici al suo seguito #2




Cazzo le 3. Come ho fatto a dormire sul divano? Sono proprio una stupida.

Ecco cosa pensa mentre riapre gli occhi e si ritrova con la luce accesa, il pc sul tavolino e le gambe penzoloni oltre il divano.

Ha dormito per qualche ora in quella posizione scomoda e ora le tocca tirarsi su e affrontare la routine del letto. Rito sacro cui non può certo sottrarsi: lavare i denti, struccarsi, infilare la T-shirt e poi sotto il piumone.

Passando nel corridoio si guarda nello specchio e la figura che vede non le va proprio giù. Sembra che a indossare il cimelio di un concerto sia una ragazzina poco più che adolescente, quando in realtà a vestirla è una donna a cui i trenta non stanno per nulla bene.

Richiude gli occhi poggiando la testa sul cuscino e si abbandona alla calma di un nuovo sonno.


La settimana scorre senza avvenimenti importanti, nulla di riconducibile all’incontro di spiriti, megere o cavalieri pronti a salvarla. Lavoro, casa, palestra, amici, il tempo segue un personale valzer al quale si è abituata e che potrebbe eseguire anche a occhi chiusi.

Infondo è così che balla lei, a occhi chiusi.

Glielo fanno notare gli amici che le recriminano di essere inaccessibile; chi si avvicinerebbe mai a una ragazza che balla stringendo le palpebre, che si abbandona al suo personale mondo senza invitare in alcun modo nessuno? Ed è proprio al centro di una sala che si ritrova il venerdì notte, ripromettendosi che non chiuderà gli occhi, che non precluderà agli spiriti la possibilità di consegnare il loro messaggio.
Peccato che non sia brava con i buoni propositi, e che finisca per ballare ancora una volta sola, a occhi chiusi, per un pubblico noncurante che ignora l’universo che la circonda e in cui è immersa.

Balla a occhi chiusi sorridendo, canticchiando fuori tempo la musica. Balla a occhi chiusi, abbandonando il più lontano da sé tutti i pensieri, le frustrazioni, le paure. Come se così potesse esorcizzare la sua intera vita.

È sfinita, sudata, ma non smette. Le scarpe che indossa non costituiscono più una minaccia al suo equilibrio e i pensieri sono ormai abbastanza lontani per non essere ricordati.

Balla stringendo un bicchiere semivuoto nella mano sinistra, mentre la destra è libera di seguire il suo personale volere. Le si avvicina qualcuno, le sfiora la mano e finisce per stringerla nella propria. Continua ad avere gli occhi chiusi, come se quelle carezze non fossero reali, come se appartenessero al suo personale universo.

Balla con uno sconosciuto che non si è preoccupata di guardare negli occhi. Balla e si lascia guidare: noncurante? Indifferente? Distratta? Chi può dirlo. Balla con uno sconosciuto e non c’è altro da considerare.

Stringe gli occhi sempre più forte, stringe gli occhi convinta del fatto che se li aprisse finirebbe per svanire anche lui, proprio come i musicanti balcanici delle notti prima, finirebbe per svanire e resterebbe il ricordo di un corpo sconosciuto e di un odore indelebile.

Sembra che lui possa quasi sentire la paura che le scorre nelle vene, paura mista a curiosità. Avvicina la bocca all’orecchio di lei e le sussurra un “Aspetta... Tieni gli occhi chiusi ancora un po’. Non ora, non aprirli ora, saprai riconoscere il momento giusto.”

Istintivamente si ritira, si ribella e si libera alla morsa di quella mano estranea e per un attimo, un solo attimo ancora esita e trema prima di aprire gli occhi.

Aperti.

Nessuno di fronte a lei. Per dirla meglio, nessuno che guardi lei, nessuno che sembri interagire o aver interagito con lei. Si guarda intorno, è smarrita, incredula, delusa. Si domanda dove sia quel corpo, quella voce, quella mano, quell’odore, ma nessuno sembra aver visto. Nessuno sa dirle con chi abbia ballato. Peggio. Nessuno sa dirle se abbia ballato con qualcuno.

Che se lo sia sognato? Che il suo timore fosse reale? Che tutto quello fosse frutto, ancora una volta, della sua mente? No, non poteva essere tutto un sogno. Lei quel calore l’ha sentito, quella voce, il respiro, il suo profumo. Lui era reale.

Sopraggiunge poi l’amaro e la convinzione che qualcuno dei suoi amici abbia voluto farle uno scherzo.

Inizia a scrutarli uno ad uno. Cerca in ognuno di loro un piccolo segnale, una prova che li tradisca. Ma non c’è prova, segnale che tenga.

Manda giù l’ultimo sorso del cocktail e decide di andare. Nemmeno per un attimo si è soffermata a pensare al messaggio, si è concentrata sul messaggero e sulla veridicità dello stesso. Lo ha messo da subito in discussione, lo ha cercato tra la folla. Ha cercato di svelarne l’arcano.

In un sol colpo non ha tenuto conto di più consigli.

Andrà a dormire con una smisurata tristezza. Occhi vuoti. Persi. In pochi minuti i pensieri, l’angoscia, il senso di inadeguatezza sono tutti tornati a lei. Chissà se al risveglio ricorderà quel messaggio o se il messaggero sarà il suo unico cruccio.

Andrà a dormire portando con sé tutta la tristezza del mondo.

Sogna un bacio, un abbraccio, un corpo che la cinge mentre dorme. Sogna occhi castani, profondi in cui perdersi, ciglia lunghe. Sogna lui. Di nuovo lui.

(Continua qui Equilibrio precario e scarpe nuove #4)

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