I pensieri scorrono velocissimi, come se dotati ognuno di vita propria, si accavallano gli uni agli altri alimentando inanimate nuvole di fumo.
Il tema del momento non è dei miei preferiti, tutti a preoccuparsi di scadenze non proprie. Tutti a ripetere che "è tardi!" come se fossero posseduti dal Bianconiglio. Le loro parole corrono frenetiche come i miei pensieri e grazie a Dio le sento a fatica, lontane, come se si perdessero nell'etere.
Eppure qualcuna inciampa nelle mie nuvole di fumo e qualcosa di simile a una strana tristezza tinge il cielo sulla mia testa, cosi sono costretta a riesumare una o più di quelle abitudini capaci di mettere spazio fra me e tutto il resto.
Faccio respiri lunghi, prendo delle piccole pause, approfitto del cioccolato che non dovrei. Isolo pensieri e parole.
Non ci sei.
Non ho molto chiaro come si possa incolpare qualcuno di un'assenza che non gli appartiene. Potremo fare questo discorso mille volte, davanti ad ogni tipo di bevanda. Sono certa che con in mano una tazza di tè suonerebbe diverso da se impugnassimo una birra in un lontano angolo di mondo. Probabilmente nel primo caso sarei truccata, abbigliata a modo e con delle bellissime scarpe da donna, mentre nel secondo, sarei seduta sul gradino di qualche negozio dalla saracinesca abbassata, indosserei jeans strappati e una felpa anonima, occhiali neri e una borsa alla Mary Poppins a completare il quadro.
In entrambi i casi l'interlocutore non sarebbe mai quello giusto. Le amiche, quelle dei tè - notturni o diurni che si voglia - non sono più qui e gli amici, quelli belli, bravi e simpatici per intenderci, con i quali ho passato interminabili giornate a parlare dei massimi sistemi bevendo una birra seduti sul marciapiede di una storica città, sono alla prese con altre interlocutrici.
Ancora un lungo e profondo respiro. Ripenso alla frase di un mentore francese: "Nous, êtres humains nous sommes un être infini coincé dans un corps fini." - "Noi, gli esseri umani siamo un essere infinito imprigionato in un corpo finito."
Penso da giorni a questa riflessione, penso da giorni all'effetto che questo incredibile anno ha avuto sulle nostre vite. La battuta d'arresto, l'amplificazione di alcune condizioni, l'esasperazione e la difficoltà di alcuni, la pausa alla vita frenetica di altri. Non voglio scrivere di questi ultimi mesi e di come questi hanno cambiato le nostre vite, come questi hanno distorto la nostra realtà. La condizione di essere infinito imprigionato in una piccola scatola era una sensazione già provata, qualcosa di già sentito negli ultimi anni. Chiudo gli occhi, un altro lungo respiro.
Non hai fatto nulla affinché restassi.
Riprendo ad ascoltare la mia musica, quella in cui ormai mi rifugio da sempre. Non ha lo stesso sapore, come il cibo o il vino. L'infinito mi sembra cosi limitato in questo momento. Sogno la mia vecchia vasca da bagno, il vapore che saliva nelle gelide notti quando rientravo ad orari improponibili e non c'era nessuno ad aspettarmi. Il rito era sempre lo stesso: salivo le scale facendo i gradini due alla volta, il più delle volte al buio - la luce nelle scale era sempre rotta - arrivavo alla porta del mio appartamento che avevo già sciolto i capelli e tolto la sciarpa. Lasciavo le scarpe sull'uscio una volta chiusa la porta alle mie spalle e aver messo il fermo. La valigia mi seguiva ancora per qualche metro prima di essere sistematicamente abbandonata accanto alla tavola. Il cappotto lasciato scivolare su una sedia, la borsa a terra solo dopo aver preso il cellulare del lavoro e averlo silenziato. Sul mio personale, spotify girava già da ore, accendevo la piccola cassa bluetooth e la portavo nella sala da bagno con me. Solo in quel momento accendevo la prima luce. Chiudevo la vasca, aprivo l'acqua calda e ripartivo per la cucina alla ricerca di un calice e un ottimo rosso francese ancora da aprire. Stappavo la bottiglia, versavo un paio di dita e lo lasciavo li a prendere aria. Qualche istante ancora vestita a guardare il fiume fuori dalla mia finestra, le luci della notte e poi via, bicchiere alla mano mi dirigevo nella sala da bagno che ormai era piena di vapore. Avevo comprato un cuscino da vasca in uno dei tanti sabato pomeriggio all'insegna della noia, questo era di solito il momento in cui lo prendevo dal mobile sotto il lavello. Rilegavo i capelli in una coda molto alta prima di cominciare a spogliarmi e a ripassare il mio corpo allo specchio. In tanto dalla piccola cassa uscivano le note delle solite band : Interpol, Strokes, Smashing Pumpkins, Oasis... a seconda del giorno e dell'umore si alternava la voce di Julian a quella di Alex o di uno dei fratelli Gallagher. Finita la svestizione e la scoperta di un nuovo livido o neo, il passaggio nella vasca era praticamente automatico. Neanche mi struccavo. Chiudevo gli occhi poggiando il capo sul cuscino, il corpo coperto per intero dall'acqua bollente, d'abitudine chiudevo il rubinetto col piede e con una mano fuori dall'acqua reggevo il calice che lentamente perdeva interesse. L'acqua calda scioglieva uno ad uno i pensieri e le inanimate nuvole di fumo di quel periodo diventavano presto un lontano ricordo. Il più delle volte mi addormentavo così: a mollo nella vasca, il vapore ovunque nella stanza, il bicchiere semi vuoto sul pavimento e la mia ninna nanna preferita che riempiva l'etere. Mi bastava una mezz'ora cosi e poi ero rinata. Tutto quello per cui avevo combattuto, sofferto, pianto, non esisteva più. Nessun pensiero triste, nessuna preoccupazione, nessuna voce allarmante a echeggiare quanto fosse tardi.
Forse dovrei prenotare una lussuosa camera d'albergo con vasca e rifugiarmi per qualche ora nella più sana delle vecchie abitudini. Forse le inanimate nuvole di fumo di questo periodo si dissiperebbero senza fatica.

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