18 maggio 2013

Rimorso


È incredibile l’idea che hai di me.
Mi guardi. Nonostante tutto, tu mi guardi. Guardi il segno lasciato dal trucco dopo il pianto. Guardi il mio viso imbronciato pallido scavato. Dell’abito che indossavo non resta che poca stoffa a coprire la tua opera. Mi hai adagiata su questa poltrona vicino la finestra. Guardo fuori. Piove. Cielo grigio e pioggia. Sai che mi piace e ti compiaci del piacere che mi stai dando concedendomi questa visione. Io in silenzio, non una parola, e come potrei d’altronde?


La radio accesa ti fa – ci fa – compagnia. Sta suonando Where is my mind?, e dove sia la mia, di mente, non lo so più: ho smesso di domandarmelo, mentre tu, tu ancora te lo domandi. Forse se lo domanda anche il cielo.



Mi passi una mano dietro la nuca e porti a te il mio sguardo. Non dico nulla. Non ho nulla da dire. Ci siamo detti tutto. Mi baci. Inizi a piangere. Baci e lacrime, come sempre, come ogni volta che facevamo pace. Litigare per ore, non parlarsi fino a notte fonda. E poi le scuse, i pianti e i baci. Ancora mi domando come hai potuto, come ho potuto.

Vorrei potermene andare. 
Vorrei che tu la smettessi. 
Vorrei non essere mai venuta.

Ora hai preso le mie mani nelle tue, le baci. Baci delicati, premurosi, come quella volta che mi sono tagliata. Sei corso in cucina e ti sei preso cura di me.
Hai ricominciato con le scuse. Non volevi. Chiedi perdono, ma sai che non l’avrai. Ed io sempre più inerme, sempre più distante, voglio solo poter sentire la pioggia. Una volta mi prendevi in giro per il mio amore per la pioggia, per la mia malsana idea che con sé portasse via la tristezza. Una volta ti amavo. Ora non più.

Sul mio collo appare il segno del tuo morso. Sui polsi la tua stretta.
Mi sistemi i capelli, accarezzi il mio viso. 
Cerchi di coprirmi, di porre rimedio. Giri la poltrona di modo che io possa guardare fuori, scosti la tenda e apri un po’ la finestra. 

Ti avvicini al tavolo, allunghi la mano alla sua ricerca. L’hai trovata. La porti alla bocca e per un attimo esiti. Vorresti voltarti, guardarmi ancora una volta, ma non ne hai il coraggio, sai che non puoi sostenere ancora questa visione. La visione di me. La visione di me sempre più pallida. La visione di me immersa nel mio sangue. Ormai gli unici colori che distingui sono il viola dei lividi e il nero del trucco e sai che se ti voltassi non ce la faresti, sai che voltarsi significherebbe ricominciare a piangere, voltarsi e sapere di non poter tornare indietro. Per un attimo ti illudi di poter fare ancora qualcosa, per un attimo credi di potermi salvare. E solo quando ti accorgi che il sangue è ovunque, sulla parete, sul pavimento, schizzi sul tavolo, lo senti. Senti le gocce venir giù dalla poltrona. Solo adesso ne hai la forza. Chiudi gli occhi, un’ultima lacrima e premi il grilletto. Cadi alle mie spalle. Muori lì, dove il tuo sangue si confonde al mio.

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