15 marzo 2013

Irrequieta e imperfetta. Si descriverebbe così #6


Le altre parti le trovate qui ( Caffè nero e rivelazioni #5 )


È un periodo strano per prendere decisioni. Il mondo intero le sta suggerendo di aspettare: chi, cosa e perché non le è dato sapere. Aspettare, come se per lei fosse facile. Troppo inquieta. Troppo irrequieta. Non è mai riuscita a mantenere l'aplomb. Peccato, le sarebbe piaciuto. “Essere perfetta” o comunque senza macchie, esattamente come tutti gli altri. A volte si domanda se non sia questo il problema principale, questo fortissimo desiderio di essere esattamente come tutti gli altri.
Come può domandarselo, lei?


Lei che sin da piccola è stata incapace di stare ferma, sempre alla ricerca di qualcosa, qualcuno. Alla ricerca di qualcosa da fare, di qualcuno da salvare. In fondo tutto lo smisurato amore accumulato doveva pur avere un beneficiario.
Progetti sempre più ambiziosi, luoghi sempre più lontani, come se si potesse colmare la ricerca fissando obiettivi sempre più difficili.

Perché non stare ferma come tutti gli altri? Godersi lo spettacolo senza troppa fatica. Inseguire sogni strampalati e mete lontane. Peccato che poi a mancarle siano sempre le stesse cose. Ma ferma non c’è mai saputa stare e questo vortice di instabilità se l’è tatuato sulla pelle. Un tornado, come quello dei cartoni animati, sul fianco. Messo lì, così come un ornamento un po’ nascosto che si fa notare solo nei momenti ricchi d’emozione, che sia gioia o tristezza poco importa, lei lo scorge, se ne ricorda solo distrattamente.
Avrebbe voluto dargli un nome, ricordarsene più spesso, ma lui, come tutto il resto è stato impacchettato e spostato con forza più volte. Anche lui ha dovuto cedere agli umori volubili di quel corpo, di quella lei così incostante.

E poi c’è la bici. Parcheggiata in salotto, a indicare il corridoio per la camera da letto. Mai impacchettata, quella è la sua prima dimora. Ogni tanto la usa per andare a fare la spesa, ma il suo compito è un altro: sorreggere il cestino in cui finiscono tutte le riviste e le chiavi una volta rientrata.
Come uscire da tutto questo non lo sa. Si circonda di oggetti inanimati che le tengono compagnia. Un insolito modo di ricreare i mondi fantastici in cui tutto prende vita di notte. Lo credeva da bambina, ne è convinta da adulta.
Riflette sul tempo, sugli “Aspetta” del caso, sull’anziano signore e le sue parole, sulle scarpe nuove che la condurranno su strade mai battute.
Riflette su quel messaggero sconosciuto con cui ha ballato, riflette su quella donna e sul consiglio di non badare ai messi, ma solo alle loro parole. E per la prima volta realizza di essersi allontanata dalla strada indicatale. Realizza che forse non c’è stato altro messaggio perché lei ha seguito la strada sbagliata e quell’anziano signore, in fondo, le ha detto di non aspettare le persone, ma solo i suoi sogni.

Si chiede cosa se ne farà di tutti questi pensieri, potrebbe riparlarne alla sua amica, lei potrebbe leggerci qualcosa di nuovo.
Accende la TV, distrattamente, un po’ per abitudine, un po’ per non sentire quel silenzio. Stira le gambe sul tavolino che ha di fronte a sé e inizia a guardarla senza troppo interesse.
Si domanda come passerà questa giornata.

Driiiiin

Il suono del citofono le dà una scossa. E prima ancora che possa realizzare che qualcuno sia venuto inaspettatamente a trovarla, sente una voce nota dirle: “Sono io. Devo parlarti. Mi apri?”


(Continua ...)

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