Le prime parti le trovate qui, capitolo per capitolo
Apre. In automatico, come se il suo corpo avesse smesso di prendere ordini dal cervello e decidesse in completa autonomia.
È lui.
Cosa vorrà dirle? Non gli è bastato l’ultima volta non presentarsi? Nessuna spiegazione.
Si sente in diritto di poter apparire e sparire come gli oggetti di scena di un mago. E lei, lì che si è illusa milioni di volte, fra milioni di stelle a farle compagnia, sperando che quella fosse la volta giusta. La volta buona che lui decidesse per sempre. Ma lei dimentica, e con quanta facilità, che lui è proprio come lei.
Irrequieto. Incostante. Volubile.
Lui con i suoi occhi nocciola. Intensi. Le sue ciglia lunghe, le mani grandi.
Entra. Dal suo giubbino cadono gocce senza sosta. Sta piovendo.
Le passa la mano dietro il collo e la bacia, dopo averla tirata a sé con prepotenza.
“Erano giorni che avrei voluto un tuo bacio.”
Lei lo guarda negli occhi e con tutta se stessa gli dà uno schiaffo.
“Sei uno stronzo! Non sono qui ad aspettare che passino tutti i tuoi mille dubbi, che il tuo umore volubile e altalenante possa decidere della mia vita. Io non voglio. Io non ti aspetterò più. Io ho deciso di partire, lascio questa città, lascio il mio lavoro, lascio te. Sì, ancora una volta, ti lascio e con me, questa volta, non porterò nulla di te. Se sei venuto per sentirmelo dire, eccoti accontentato. Io ti lascio perché mi voglio troppo bene per poter stare con te. Voglio seguire la mia vita, i miei folli sogni, e voglio farlo senza aspettare te, senza darti la possibilità di tenermi qui imbrigliata in questo gioco.”
La guarda. Quante volte le ha sentito dire quelle cose, quante volte ha affrontato lettere, messaggi, post it in cui lei decretava la fine di tutto. Quante volte ha odiato quell’IO urlato per potersi liberare di lui, per poter andare via e seguire il sogno di turno.
La odia. Improvvisamente si domanda perché sia tornato a cercarla dopo mesi.
La guarda. Realizza che è bella. Dio quanto è bella con quei jeans, la t-shirt e i capelli tirati su. Ancora a piedi nudi nonostante sul pavimento si stia estendendo la pozza d’acqua che ha creato. Le brillano gli occhi e senza trucco il suo volto è così espressivo.
Si avvicina, le sposta la ciocca di capelli che le copre l’occhio e la bacia. Ancora una volta. Questa volta ci mette tutta la tenerezza del mondo. Non sa se questo sarà, per lui, realmente l’ultimo bacio, ma per lei lo è di certo e non vuole lasciarle un ricordo di rabbia.
Lo odia. Dio quanto lo odia. Lui e il suo stramaledetto odore di fumo. Le sue t-shirt, i capelli sempre spettinati. Le sue mani e il suo modo di abbracciarla. Odia tutto di lui. Gli ha appena sussurrato la fine della loro storia e non può fare a meno di quell’odore. Lasciarsi baciare inerme, senza opporre alcuna resistenza.
Lo odia. Improvvisamente si domanda perché baciarlo ancora una volta, l’ultima.
Si allontana. Decisa ripete ad alta voce a lui, a se stessa, al pesce rosso nella boccia, a tutti gli oggetti animati e non di quella stanza: “No. Non possiamo farlo. Hai ascoltato quello che ti ho detto?”
“Certo. Ti ho ascoltata. E proprio perché l’ho fatto non posso permetterti di fare questo errore. Non puoi, ancora una volta, andare via, impacchettare tutto non sarà la soluzione. Posso entrare?”
“Sei già entrato. E stai anche bagnando tutto il pavimento. Guarda che disastro. Su levati quella roba, ti prendo qualcosa di asciutto.”
La guarda. Infondo tutto quell’odio non è che amore. E lei, lei non è così arrabbiata. Sa che anche lei lo odia, lo ama, a suo modo e non possono farci nulla.
Si dirige verso la bici, il manubrio accoglierà la giacca e la t-shirt ormai zuppe. Saluta il pesce rosso nella boccia, rito consolidato nella precedente città, nella precedente vita, quando loro passavano tutte le notti insieme, litigando per il film da vedere o il libro da leggere. Le cene saltate a causa del lavoro di lei, e la frustrazione di non riuscire di lui.
Si guarda intorno, cerca qualcosa di familiare, oltre al pesce riconosce il poster di un vecchio film e la coperta sul divano. Sente i passi nudi di lei in giro per casa, il rumore di un cassetto, e poi i suoni della cucina. Può vederla prendere le tazze, aprire il rubinetto e versare dell’acqua nel bollitore. Non ha perso l’abitudine di affrontare i discorsi, le liti, i chiarimenti con una tazza di tè nella mano.
Ripensa ai mille infusi bevuti, alle coccole, le parole dolci, le lacrime, la rabbia, fare l’amore senza parlarsi, accarezzarsi fino allo sfinimento. Sussurrare parole dolci, la colazione a letto, le chiacchierate sul balcone, i viaggi. Gli manca quella parte di lei. Gli mancano quegli occhi lucidi e la voce sognante di chi vive sotto l’effetto di un incantesimo.
Guarda ancora una volta il pesce rosso nella sua boccia. Lo invidia, poco spazio, poche complicazioni, nessuna donna e soprattutto pur dipendendo in tutto e per tutto da lei, non rischierà mai di essere lasciato.
Ha preso la t-shirt con cui lui dormiva di solito. L’aveva messa nel cassetto in fondo all’armadio. Un po’ nascosta alla nuova vita. Non ha avuto il coraggio di metterla via in maniera definitiva. Ha deciso di preparare un tè, sa che sarà una lunga conversazione e ha bisogno di qualcosa che la faccia sentire al sicuro, qualcosa che possa darle la forza per poterlo affrontare; in fondo gli ha chiuso l’accesso alla sua vita, ma adesso? Adesso che lo affronterà, di nuovo, sarà diverso? Sarà una guerra senza feriti? Dovrà difendersi da lui, dalle sue promesse, da quegli occhi, da quell’odore?
Continua a domandarselo, mentre si dirige verso la bici con la t-shirt in una mano.
È senza parole. La porta è aperta, c’è una pozza d’acqua e lui non c’è più.
Gli occhi le si riempiono di lacrime. Per lui, quelle, non le ha mai finite.
Chiude la porta. Si inginocchia e con la t-shirt raccoglie l’acqua dal pavimento. Intanto, le lacrime scendono silenziose e si confondono tra le gocce di pioggia. Quando ha finito, si dirige in cucina e guarda quella t-shirt zuppa, l’immagine del super eroe è ormai sbiadita, consumata dal tempo. Consumata come la sua voglia di lui. Resta la rabbia. Dopo tanto amore, dopo tanto dolore resta solo la rabbia. Butta la t-shirt nel cestino dell’indifferenziata.
Si dirige in camera da letto, si infila una felpa, gli occhiali da sole, le Converse che sono accanto allo specchio. Si guarda. Odia quell’immagine di sé.
Prende le chiavi e l’i-pod dal cestino della bici. Indossa la giacca e apre la porta.
Fa le scale due alla volta. Uscita dal portone prende la strada del parco.
Alla ricerca del suo pezzetto di prato, imbocca il solito sentiero. Si siede sull’erba bagnata, sguardo rivolto al fiume. Accende una sigaretta e aspira con rabbia. Un tiro, due, il terzo non riesce a farlo. Butta lontano ciò che resta di quella sigaretta e respira a pieni polmoni l’aria della città dopo la pioggia.
È stanca di “Aspettare”, non lo aspetterà più.
Le lacrime hanno smesso di venire giù.
Tira su il cappuccio della felpa e decide di impacchettare di nuovo tutto, ma questa volta regalerà il pesce alla sua amica e la bici la abbandonerà poggiata ad un palo. Sa che potrà avere una padrona migliore.
Questa è l’ultima volta che impacchetterà tutto.
Questa è stata l’ultima volta che l’ha aspettato, da adesso aspetterà solo i suoi sogni.
Fine.
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