"Ringrazio Claudio che l'ha corretto prima di metterlo on-line.
Buona lettura."
Stanca. Tremendamente stanca. È l’unica cosa che riesce a pensare mentre spegne la luce e si infila sotto le coperte. Chiude gli occhi, stanchi anche loro, e tenta disperatamente di non pensare ad oggi. Tenta disperatamente di pensare a domani. Organizza mentalmente la sua giornata: la sveglia, la doccia, la colazione, il caffè, vestirsi, prendere la borsa e uscire. Per un attimo spera che piova, una pioggerella leggera, una giornata uggiosa come quella di Battisti, ma poi pensa a cosa indossare e si accorge che il maglioncino non è pulito e che non ha voglia di mettere gli stivali. Allora si gira dall'altra parte e spera che ci sia il sole.
Il pensiero del tempo la distrae un po’, la fa sentire un po’ più leggera. Sorride riflettendo sul fatto che le persone parlano del tempo quando hanno esaurito gli argomenti, e forse anche lei li ha esauriti.
O forse è solo stanca. Tremendamente stanca.
Una giornata difficile, una giornata come le altre. Le ultime settimane, tutte uguali. Insopportabili. Tanti propositi, tanti obiettivi e poca energia. E poi ogni volta, al termine del giorno, un nuovo disordine.
Il suo corpo le chiede pietà. “Se continua così non arriverà intera ai 30 anni” pensano i suoi coinquilini. Mentre i suoi occhi hanno esaurito le lacrime almeno mille giorni fa.
Una serie di eventi che non dipendono da lei. Una serie di eventi direttamente legati a lei. In cosa abbia sbagliato non riesce ancora a capirlo.
Le chiedono di parlare di sé, le chiedono di parlare un po’ meno di sé.
Ancora un conflitto, ancora una battaglia, una pace, le stanno rendendo la vita un mondo senza equilibrio o – come ama dire lei – dagli equilibri numerosi e instabili.
Tutto questo è iniziato quando tutto è finito. Sembra contorto a dirsi così, ma è proprio quello che è successo. Chiusa la famigerata porta, le si è aperto un portone immenso. Uno di quei portoni di legno, un portone pesante. Ha faticato un po’ a spingerlo, e lo spettacolo che le si è presentato davanti è stato quello di una corte su cui si affacciano case di ringhiera, case che condividono odori, suoni, piccoli segreti e indicibili tragedie.
E lei, lei è entrata in tutte queste piccole case. A volte ce l’hanno portata, altre è stata l’indifferenza a farle accettare insoliti inviti ed altre ancora è stata proprio lei a spingersi dentro.
Ha preso improbabili tè all’Alice, su divani che faticavano a reggerla o a tavole imbandite per invitati mai arrivati. Ci sono state cene notturne a base di paste condite dalle spezie più lontane e dai sapori più insoliti. Altre volte le è capitato di fare la migliore delle colazioni: arance spremute, cornetti caldi, caffè non troppo bollenti chiacchiere e risate che hanno lasciato il passo a giornate leggere, giornate che sembrava non potessero mai più tornare.
In tutti questi incontri ha sempre perso una parte di sé, ha sempre imparato qualcosa, ascoltato della nuova musica o letto un nuovo libro, seguito un film mai visto prima, cucinato per qualcuno che non ci sarà più. Ha inventato parole nuove per descrivere nuove parti di sé, parti che non erano mai uscite prima.
Chiude gli occhi, li stringe forte come se potesse così avverare il suo desiderio. Chiude gli occhi, li stringe forte e pensa. Pensa a tutte quelle volte in cui tanta leggerezza sembrava schiacciarla. Pensa a tutte quelle volte in cui sembrava non volesse lasciarla andare. Vede in tutta questa libertà una gabbia. Ricorda che mentre sedeva, discorreva, ascoltava in case non sue, in case di passaggio, avrebbe voluto fortemente che la giostra si fermasse e che fosse concessa anche a lei la stabilità di un solo equilibrio, una sola casa, un solo letto.
Desideri in contrasto con la sua natura, desideri sempre più distanti tra loro.

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