Si sente sempre parlare del blocco dello scrittore, ma per una divoratrice di etichette come me non c'è paura/orrore più grande del blocco del lettore. Ebbene si. Lo confesso. Soffro di questa stupida e aberrante malattia. Non riesco più a leggere. Mi fa paura il solo metterlo nero su bianco.
Per una come me abituata a divorare libri, riviste, articoli, post dei blog e ogni etichetta che superi le 10 parole non avere un libro in questo momento è qualcosa di tremendo. Piange il pavimento vuoto, su cui giacciono scarpe e nulla più.
Solitamente ne campeggia sempre uno nei pressi del mio letto (sul pavimento di una qualche stanza) o su di un improvvisato comodino. E c'è sempre anche un segnalibro estemporaneo o altisonante: fiore, biglietto del treno, matita, post-it che sposto di volta in volta, cartolina, scontrino, mai e sottolineo mai una pagina piegata.
Parole cerchiate, frasi riprese, annotazioni, scarabocchi qua e là. Segni tangibili di interesse, disinteresse, del tempo passato in compagnia di personaggi reali o presunti tali, partoriti dalla storia o dall'immaginazione. Castelli, appartamenti, navi, mongolfiere, pianeti paralleli, campagne, città - un unico e solo palcoscenico.
Vivere attaccata a un libro, a una storia, con quella fame di finirlo, di venirne a capo del tutto e allo stesso tempo sperare che la pagina fine non faccia mai la sua comparsa.
Provare verso certi libri quell'amore, quel cocktail di sentimenti che ben si sposa a quanto il giovane Holden dice sui libri che gli/mi/ci piacciono:
"Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l'autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira."
E non provare tutto questo da un po' fa si che io mi senta un deserto. Arida. Priva della possibilità di sognare: priva della capacità di essere in un salone a ballare un valzer di altri tempi in una Sicilia che non c'è più o a cavallo di una scopa sulla Mosca degli anni '30 o in un villaggio come Macondo dove il ghiaccio è ancora un segreto degli zingari.
Non chiedo molto infondo, vorrei solo riprendere con quella magica abitudine iniziata quando ero poco più che una bambina.
Tenere un libro fra le mani e abbandonarmi completamente. Lasciare una realtà per immergermi in un mondo nuovo ogni volta. Girare pagine e pagine con la fame di chi vuole vedere, sentire, provare.
Per una come me abituata a divorare libri, riviste, articoli, post dei blog e ogni etichetta che superi le 10 parole non avere un libro in questo momento è qualcosa di tremendo. Piange il pavimento vuoto, su cui giacciono scarpe e nulla più.
Solitamente ne campeggia sempre uno nei pressi del mio letto (sul pavimento di una qualche stanza) o su di un improvvisato comodino. E c'è sempre anche un segnalibro estemporaneo o altisonante: fiore, biglietto del treno, matita, post-it che sposto di volta in volta, cartolina, scontrino, mai e sottolineo mai una pagina piegata.
Parole cerchiate, frasi riprese, annotazioni, scarabocchi qua e là. Segni tangibili di interesse, disinteresse, del tempo passato in compagnia di personaggi reali o presunti tali, partoriti dalla storia o dall'immaginazione. Castelli, appartamenti, navi, mongolfiere, pianeti paralleli, campagne, città - un unico e solo palcoscenico.
Vivere attaccata a un libro, a una storia, con quella fame di finirlo, di venirne a capo del tutto e allo stesso tempo sperare che la pagina fine non faccia mai la sua comparsa.
Provare verso certi libri quell'amore, quel cocktail di sentimenti che ben si sposa a quanto il giovane Holden dice sui libri che gli/mi/ci piacciono:
"Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l'autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira."
E non provare tutto questo da un po' fa si che io mi senta un deserto. Arida. Priva della possibilità di sognare: priva della capacità di essere in un salone a ballare un valzer di altri tempi in una Sicilia che non c'è più o a cavallo di una scopa sulla Mosca degli anni '30 o in un villaggio come Macondo dove il ghiaccio è ancora un segreto degli zingari.
Non chiedo molto infondo, vorrei solo riprendere con quella magica abitudine iniziata quando ero poco più che una bambina.
Tenere un libro fra le mani e abbandonarmi completamente. Lasciare una realtà per immergermi in un mondo nuovo ogni volta. Girare pagine e pagine con la fame di chi vuole vedere, sentire, provare.




