22 maggio 2012

piange il mio pavimento

Si sente sempre parlare del blocco dello scrittore, ma per una divoratrice di etichette come me non c'è paura/orrore più grande del blocco del lettore. Ebbene si. Lo confesso. Soffro di questa stupida e aberrante malattia. Non riesco più a leggere. Mi fa paura il solo metterlo nero su bianco.

Per una come me abituata a divorare libri, riviste, articoli, post dei blog e ogni etichetta che superi le 10 parole non avere un libro in questo momento è qualcosa di tremendo. Piange il pavimento vuoto, su cui giacciono scarpe e nulla più.
Solitamente ne campeggia sempre uno nei pressi del mio letto (sul pavimento di una qualche stanza) o su di un improvvisato comodino. E c'è sempre anche un segnalibro estemporaneo o altisonante: fiore, biglietto del treno, matita, post-it che sposto di volta in volta, cartolina, scontrino, mai e sottolineo mai una pagina piegata.

Parole cerchiate, frasi riprese, annotazioni, scarabocchi qua e là. Segni tangibili di interesse, disinteresse, del tempo passato in compagnia di personaggi reali o presunti tali, partoriti dalla storia o dall'immaginazione. Castelli, appartamenti, navi, mongolfiere, pianeti paralleli, campagne, città - un unico e solo palcoscenico.

Vivere attaccata a un libro, a una storia, con quella fame di finirlo, di venirne a capo del tutto e allo stesso tempo sperare che la pagina fine non faccia mai la sua comparsa.
Provare verso certi libri quell'amore, quel cocktail di sentimenti che ben si sposa a quanto il giovane Holden dice sui libri che gli/mi/ci piacciono:
"Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l'autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira."

E non provare tutto questo da un po' fa si che io mi senta un deserto. Arida. Priva della possibilità di sognare:  priva della capacità di essere in un salone a ballare un valzer di altri tempi in una Sicilia che non c'è più o a cavallo di una scopa sulla Mosca degli anni '30 o in un villaggio come Macondo dove il ghiaccio è ancora un segreto degli zingari.

Non chiedo molto infondo, vorrei solo riprendere con quella magica abitudine iniziata quando ero poco più che una bambina.
Tenere un libro fra le mani e abbandonarmi completamente. Lasciare una realtà per immergermi in un mondo nuovo ogni volta. Girare pagine e pagine con la fame di chi vuole vedere, sentire, provare.








20 maggio 2012

L'incantesimo del buon umore.

Ci sono giorni che nulla sembra possa metterti di buon umore. Eppure accade che qualcosa di impercettibile, di mai notato prima possa contaminare la tua vita con una dose di positività inaspettata.

Sono le piccole cose a renderci migliori, a  rendere migliore la qualità della nostra vita.
Sono cose che abbiamo tutti i giorni davanti agli occhi o più semplicemente sono cose che da sempre sono lì e che non abbiamo notato prima solo perché troppo intenti a correre dietro a chissà quale obiettivo.
Lo so che avranno riflettuto su ciò molti altri prima di me senza essere banali o prolissi, ma è da un po' che nella mia strada accade una cosa insolita che ha il potere di mettermi di buon umore, di dare alle giornate, alle serate alle nottate un sapore migliore. Una cosa che ha la capacità di stamparmi in faccia un sorriso e lasciarmi di buon umore come se si compiesse una magia. 

Mi lascia addosso la stessa sensazione provata alle 6 del mattino mentre tornavo a casa dopo una serata tra amici, una di quelle serate in cui il mondo può anche fermarsi tanto tu non te ne accorgeresti.
Quella sensazione che ti porta a pensare che dei giorni il cielo sia più azzurro del solito e che ciò sia visibile solo a chi come te è felice. 

E' una sensazione strana, sai che non durerà a lungo ma con tutte le tue energie cerchi di trattenerla a te, cerchi con tutta la tua forza e il tuo volere di intrappolarla, di poterne fare un amuleto da avere sempre a portata di mano. 

Ti senti come appena sveglio dopo una notte incredibile, dopo una prima volta che aspettavi da un po'. Sorridi mentre hai ancora gli occhi chiusi e ti godi il calore della stanza o il dolce venticello che entra dalla finestra aperta. 
E proprio grazie a una finestra aperta, da un po' si compie l'incantesimo del buon umore. 

La magia si compie nel più classico dei modi: attraverso la MUSICA. 
E non è la musica che una vecchia radio lascia scivolare via dalle sue casse, ne quella assordante di un club o di chi compie un personale colpo di stato. E' la melodia che si combina grazie a piccoli tasti bianchi e neri che si alternano, sovrappongono, vibrano al tocco di dita veloci, esperte, decise. 

Piccoli colpi che abili martelletti danno a corde tese. 

Una melodia sempre diversa, che in momenti improvvisi invade la casa in cui vivo e infondo invade un po' anche me.

Grazie pianista sconosciuto che colori le mie giornate con la tua musica.


Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi suonare. Loro sono 88, tu sei infinito. 
(Novecento - Alessandro Baricco)

13 maggio 2012

piccole parti - oggetti e ricordi o poco più


Certo un oggetto può piacere anche per se stesso, per la diversità delle sensazioni gradevoli che ci suscita in una percezione armoniosa; ma ben più spesso il piacere che un oggetto ti procura non si trova nell'oggetto per se medesimo. La fantasia lo abbellisce cingendolo e quasi irraggiandolo d'immagini care. Né noi lo percepiamo più qual esso è, ma così, quasi animato dalle immagini che suscita in noi o che le nostre abitudini vi associano. Nell'oggetto, insomma, noi amiamo quel che vi mettiamo di noi, l'accordo, l'armonia che stabiliamo tra esso e noi, l'anima che esso acquista per noi soltanto e che è formata dai nostri ricordi.
 (Luigi Pirandello)





occhiali da sole
lettore mp3&cuffie
cellulare
monetine
libro
T-shirt
bottiglietta d'acqua
pc (nella sua versione mini)
penna&fogli
lucida labbra


quando il ripiano di una scrivania riesce a contenere tutto - o quasi - quello che riesce a contenere una borsa


08 maggio 2012

Visioni Notturne


Le Città Invisibili - Italo Calvino

È delle città come dei sogni: tutto l'immaginabile può essere sognato ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio oppure il suo rovescio, una paura. Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure.






Torino - Febbraio 2012






07 maggio 2012

Risveglio


"un altro racconto, prima condiviso altrove e poi riportato qui.
buona lettura."




Mattinata difficile.
Alzarsi è stato arduo, braccio addormentato sotto il peso di un corpo estraneo. Il suo. Un corpo nuovo.
Spostato e tirato via il braccio. Accappatoio, asciugamani. Necessità di una doccia calda, necessità di qualche attimo di solitudine. Bisogno di riflettere, ordinare i pensieri, semplicemente bisogno di stare sola.
Sotto il getto d’acqua calda, ripensa alla notte trascorsa. Sente che pur lavandosi quell'odore non andrà via, sente che non vuole che vada via. Espone il viso al getto, lascia che l’acqua l’accarezzi e porti via con sé i pensieri più tristi, lascia scorrere via il desiderio di non tornare più. Si morde le labbra e pensa a come tutto sia accaduto, sa che non dovrebbe essere lì, ma al momento non le viene in mente posto migliore.
Le sembra di averci passato un’eternità in quella stanza, tra quelle lenzuola, con quelle mani addosso. Le sembra di non aver fatto altro tutta la vita. E poi lui. Quel pensiero insistente. Quel pensiero che è stato silente tutta la notte riemerge.
E lei. Lei che non sa come fare. Lei che non sa come dire. Lei che sa che non doveva. Lei che sa che adesso non sarà mai più come prima. Lei che lo sa e che sorride.
Non tornerà indietro il tempo, non le permetterà di cambiare nulla, non le darà una seconda volta né una terza né altre. E lei ne sorride. Si concretizza quel malsano pensiero. Diventa reale, prende forma e si plasma alla luce di quel sorriso. Per un attimo ha paura. Paura di sbagliare, di restare sola, di aver perso tutto, ma quell’insano sorriso suggerisce altro. Quel sorriso è come il ghigno di un maligno che si compiace del male fatto. È l’espressione dell’artista dinnanzi all’idea di una nuova opera. È solo la sensazione di chi prende la propria vita tra le mani e sente di poterne fare ciò che vuole.
L’acqua continua a scorrere, tutti questi pensieri sembrano essersi assopiti o forse si sono solo confusi con il vapore che ha invaso il bagno. Sente un rumore. E poi un bacio sul collo. È lui. È l’altro. È la notte che viene a banchettare dopo esser trascorsa. È la sua mano che la stringe e poi la tira a sé. Si fa spazio. E senza troppa fatica trova quel che stava cercando. E lei non ha bisogno di girarsi per sentire quegli occhi su di sé. Non ha bisogno di altro in quel momento. Lui sorride del segno che le ha lasciato sul collo. E sorride nell’immaginare la reazione di lei alla vista di quel ricordo. Un bel ricordo. Un piacevole ricordo.




 















05 maggio 2012

Riflessioni notturne

"Ringrazio Claudio che l'ha corretto prima di metterlo on-line.
Buona lettura."

Stanca. Tremendamente stanca. È l’unica cosa che riesce a pensare mentre spegne la luce e si infila sotto le coperte. Chiude gli occhi, stanchi anche loro, e tenta disperatamente di non pensare ad oggi. Tenta disperatamente di pensare a domani. Organizza mentalmente la sua giornata: la sveglia, la doccia, la colazione, il caffè, vestirsi, prendere la borsa e uscire. Per un attimo spera che piova, una pioggerella leggera, una giornata uggiosa come quella di Battisti, ma poi pensa a cosa indossare e si accorge che il maglioncino non è pulito e che non ha voglia di mettere gli stivali. Allora si gira dall'altra parte e spera che ci sia il sole.
Il pensiero del tempo la distrae un po’, la fa sentire un po’ più leggera. Sorride riflettendo sul fatto che le persone parlano del tempo quando hanno esaurito gli argomenti, e forse anche lei li ha esauriti. 
O forse è solo stanca. Tremendamente stanca.

Una giornata difficile, una giornata come le altre. Le ultime settimane, tutte uguali. Insopportabili. Tanti propositi, tanti obiettivi e poca energia. E poi ogni volta, al termine del giorno, un nuovo disordine. 
Il suo corpo le chiede pietà. “Se continua così non arriverà intera ai 30 anni” pensano i suoi coinquilini. Mentre i suoi occhi hanno esaurito le lacrime almeno mille giorni fa.  

Una serie di eventi che non dipendono da lei. Una serie di eventi direttamente legati a lei. In cosa abbia sbagliato non riesce ancora a capirlo. 
Le chiedono di parlare di sé, le chiedono di parlare un po’ meno di sé. 
Ancora un  conflitto, ancora una battaglia, una pace,  le stanno rendendo la vita un mondo senza equilibrio o – come ama dire lei – dagli equilibri numerosi e instabili.

Tutto questo è iniziato quando tutto è finito. Sembra contorto a dirsi così, ma è proprio quello che è successo. Chiusa la famigerata porta, le si è aperto un portone immenso. Uno di quei portoni di legno, un portone pesante. Ha faticato un po’ a spingerlo, e lo spettacolo che le si è presentato davanti è stato quello di una corte su cui si affacciano case di ringhiera, case che condividono odori, suoni, piccoli segreti e indicibili tragedie.

E lei, lei è entrata in tutte queste piccole case. A volte ce l’hanno portata, altre è stata l’indifferenza a farle accettare insoliti inviti ed altre ancora è stata proprio lei a spingersi dentro.
Ha preso improbabili tè all’Alice, su divani che faticavano a reggerla o a tavole imbandite per invitati mai arrivati. Ci sono state cene notturne a base di paste condite dalle spezie più lontane e dai sapori più insoliti. Altre volte le è capitato di fare la migliore delle colazioni: arance spremute, cornetti caldi, caffè non troppo bollenti chiacchiere e risate che hanno lasciato il passo a giornate leggere, giornate che sembrava non potessero mai più tornare.
In tutti questi incontri ha sempre perso una parte di sé, ha sempre imparato qualcosa, ascoltato della nuova musica o letto un nuovo libro, seguito un film mai visto prima, cucinato per qualcuno che non ci sarà più. Ha inventato parole nuove per descrivere nuove parti di sé, parti che non erano mai uscite prima. 

Chiude gli occhi, li stringe forte come se potesse così avverare il suo desiderio. Chiude gli occhi, li stringe forte e pensa. Pensa a tutte quelle volte in cui tanta leggerezza sembrava schiacciarla. Pensa a tutte quelle volte in cui sembrava non volesse lasciarla andare. Vede in tutta questa libertà una gabbia. Ricorda che mentre sedeva, discorreva, ascoltava in case non sue, in case di passaggio, avrebbe voluto fortemente che la giostra si fermasse e che fosse concessa anche a lei la stabilità di un solo equilibrio, una sola casa, un solo letto. 

Desideri in contrasto con la sua natura, desideri sempre più distanti tra loro.





















04 maggio 2012

L'ultimo ballo




Essi offrivano lo spettacolo più patetico di ogni altro, quello di due giovanissimi innamorati che ballano insieme, ciechi ai difetti reciproci, sordi agli ammonimenti del destino, illusi che tutto il cammino della vita sarà liscio come il pavimento del salone, attori ignari cui un regista fa recitare la parte di Giulietta e quella di Romeo nascondendo la cripta e il veleno, di già previsti nel copione. Né l'uno né l'altro erano buoni, ciascuno pieno di calcoli, gonfio di mire segrete, ma entrambi erano cari e commoventi mentre le loro non limpide ma ingenue ambizioni erano obliterate dalle parole di giocosa tenerezza che lui le mormorava all'orecchio e dal profumo dei capelli di lei, dalla reciproca stretta di quei loro corpi destinati a morire.



a moment
a love
a dream
a laugh
a kiss
a cry
our rights
our wrongs





Il gattopardo - Giuseppe Tomasi di Lampedusa
Torino - Mole Antonelliana
Gennaio 2012