Ricordo quelle domeniche d’estate, quando poco più che bambino era il caldo a svegliarmi. Lasciavo il mio letto e la mia stanza per mettermi alla tua ricerca.
E ti trovavo lì, al posto di sempre. In cucina, indaffarata come al solito. Intenta a preparare il pasto che avremmo portato con noi, tutto quello che riuscivi a mettere tra i fornelli e le pentole.
Ti abbracciavo le gambe - quello permetteva la mia infantile statura - ma col tempo sono riuscito ad abbracciarti tutta, stringendoti le spalle.
Ogni volta, qualunque fosse la mia altezza, ripetevi: “Che ci fai sveglio? È ancora così presto”. Allora mugugnavo qualcosa e sedevo al tavolo della cucina aspettando paziente che tu preparassi la colazione.
Fino all’adolescenza il caffè era qualcosa di lontano dai miei desideri. Poi, con il tempo, iniziò a presentarsi costante a queste e ad altre mille colazioni.
Ma quello che mangiavo solo in quelle domeniche estive lo ricorderò per sempre. Fette di pane, tagliate spesse e con la crosta croccante, cosparse di quel sugo che ribolliva per ore. Pane e pomodoro. Quel pomodoro che nessun’altra è stata più capace di prepararmi.
Le gambe, a penzoloni, sporgevano dalle sedie troppo alte, dalle sedie su cui mi tenevi in braccio. Ricordo il tuo buon odore. in quegli abbracci. Un odore che mi è entrato dentro.
L’odore di te. Del tuo amore.
L’odore di quell’affetto che si dà senza riserve, senza se e senza ma. L’amore che solo il sangue sa legare a doppio filo.
Poggiavo la testa sulla tua spalla, nell’incavo del collo, e lì riuscivo a sentire anche il tuo respiro. Ho continuato a farlo finché ho potuto.
Mi sono aggrappato alla tua spalla, alla tua magrezza così fiera. Cercavo in quel gesto infantile tutto l’amore del mondo. Cercavo in quel gesto tutto l’amore che c’è.
Scorrono nella mente le foto che un tempo mostravi a me, ormai cresciuto abbastanza da avere la forza per aprire il cassetto e sparpagliare gli scatti sul pavimento di casa. Tiravo via il coperchio alla scatola che conservava i tuoi ricordi e le cacciavo una ad una.
Foto di te al mare. Foto di te bambina che eri tenuta in braccio da una estranea. Te da giovane o giovanissima che indossavi una corta gonna di jeans. I tuoi capelli così insoliti. Gli occhi lucenti di chi ha tutta una vita davanti.
E poi, nascoste sul fondo, le foto di voi. Felici. Sorridenti. Immagini di una vita fa.
Chiudo gli occhi. Sono stanco. Ormai alla mia età faccio fatica anche a pensare, ma resta scolpito nella mia mente il ricordo delle sere in cui entravi in camera e mi stringevi a te. Mi baciavi la fronte, mi chiedevi di aprire la bocca e farti sentire se avevo lavato i denti. Ti guardavi intorno e nel mio disordine vedevi un ordine tutto strano delle cose. Chiudevo gli occhi sapendo che al mattino ci saresti stata. Ho chiuso gli occhi per anni con questa convinzione, a volte curandomi di più del tuo amore, a volte curandomene meno, distratto da mille cose inutili.
Mi viene difficile anche soltanto chiamarti, invocarti. Soffoca nella mia gola una sola parola, quella che pronunciavo quando sulla porta mi davi le spalle e stavi per spegnere la luce e ti chiedevo un altro bacio. Oggi chiudo gli occhi sapendo che se domani mattina dovessi aprirli di nuovo tu non ci sarai. Viene giù una lacrima e poi di colpo tra mille rughe spunta un sorriso.
Ripensare a te fa sì che i miei occhi brillino. Ripensare a te fa sì che io possa sentire ancora tutto l’amore che c’è.
E ti trovavo lì, al posto di sempre. In cucina, indaffarata come al solito. Intenta a preparare il pasto che avremmo portato con noi, tutto quello che riuscivi a mettere tra i fornelli e le pentole.
Ti abbracciavo le gambe - quello permetteva la mia infantile statura - ma col tempo sono riuscito ad abbracciarti tutta, stringendoti le spalle.
Ogni volta, qualunque fosse la mia altezza, ripetevi: “Che ci fai sveglio? È ancora così presto”. Allora mugugnavo qualcosa e sedevo al tavolo della cucina aspettando paziente che tu preparassi la colazione.
Fino all’adolescenza il caffè era qualcosa di lontano dai miei desideri. Poi, con il tempo, iniziò a presentarsi costante a queste e ad altre mille colazioni.
Ma quello che mangiavo solo in quelle domeniche estive lo ricorderò per sempre. Fette di pane, tagliate spesse e con la crosta croccante, cosparse di quel sugo che ribolliva per ore. Pane e pomodoro. Quel pomodoro che nessun’altra è stata più capace di prepararmi.
Le gambe, a penzoloni, sporgevano dalle sedie troppo alte, dalle sedie su cui mi tenevi in braccio. Ricordo il tuo buon odore. in quegli abbracci. Un odore che mi è entrato dentro.
L’odore di te. Del tuo amore.
L’odore di quell’affetto che si dà senza riserve, senza se e senza ma. L’amore che solo il sangue sa legare a doppio filo.
Poggiavo la testa sulla tua spalla, nell’incavo del collo, e lì riuscivo a sentire anche il tuo respiro. Ho continuato a farlo finché ho potuto.
Mi sono aggrappato alla tua spalla, alla tua magrezza così fiera. Cercavo in quel gesto infantile tutto l’amore del mondo. Cercavo in quel gesto tutto l’amore che c’è.
Scorrono nella mente le foto che un tempo mostravi a me, ormai cresciuto abbastanza da avere la forza per aprire il cassetto e sparpagliare gli scatti sul pavimento di casa. Tiravo via il coperchio alla scatola che conservava i tuoi ricordi e le cacciavo una ad una.
Foto di te al mare. Foto di te bambina che eri tenuta in braccio da una estranea. Te da giovane o giovanissima che indossavi una corta gonna di jeans. I tuoi capelli così insoliti. Gli occhi lucenti di chi ha tutta una vita davanti.
E poi, nascoste sul fondo, le foto di voi. Felici. Sorridenti. Immagini di una vita fa.
Chiudo gli occhi. Sono stanco. Ormai alla mia età faccio fatica anche a pensare, ma resta scolpito nella mia mente il ricordo delle sere in cui entravi in camera e mi stringevi a te. Mi baciavi la fronte, mi chiedevi di aprire la bocca e farti sentire se avevo lavato i denti. Ti guardavi intorno e nel mio disordine vedevi un ordine tutto strano delle cose. Chiudevo gli occhi sapendo che al mattino ci saresti stata. Ho chiuso gli occhi per anni con questa convinzione, a volte curandomi di più del tuo amore, a volte curandomene meno, distratto da mille cose inutili.
Mi viene difficile anche soltanto chiamarti, invocarti. Soffoca nella mia gola una sola parola, quella che pronunciavo quando sulla porta mi davi le spalle e stavi per spegnere la luce e ti chiedevo un altro bacio. Oggi chiudo gli occhi sapendo che se domani mattina dovessi aprirli di nuovo tu non ci sarai. Viene giù una lacrima e poi di colpo tra mille rughe spunta un sorriso.
Ripensare a te fa sì che i miei occhi brillino. Ripensare a te fa sì che io possa sentire ancora tutto l’amore che c’è.

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