19 giugno 2012

Un altro giorno un'altra ora ed un momento

"il cielo su questa città è vitreo."
cito me stessa.
cito me una delle prime sere in questa città.
cito me che rispondo alla domanda: " ti piace la città?"
cito me che ho dato sempre la stessa risposta fuori tema a una domanda banale.

il cielo su questa città...

questa città è senza cielo o meglio, questa città ha qualcosa tra di sé e il cielo.
e non la sto insultando. trovo affascinante questa città, ma nella sua magia c'è qualcosa di distorto, qualcosa che manca a chi come me è cresciuto alla luce del sole. manca proprio questo.

manca la luce. 

mancano i pomeriggi soleggiati con cielo visibile e azzurro, di un azzurro che ricorda il mare e non il grigio vitreo di ghiacciai, montagne, neve.

ci sono giorni che questo cielo sembra voglia schiacciarti. ti soffoca. toglie il respiro. esercita su di te una forza strana. ha la capacità di infonderti inquietudine, tristezza e malinconia senza motivo.

ti guardi intorno, guardi in alto alla ricerca di uno squarcio ed è come se davanti a te apparisse un muro. 
un muro fatto di invisibile coltre. 
un muro fatto di niente ma in grado di  toglierti le energie.

a volte ho la sensazione che questo cielo ci sia per toglierti la voglia di vivere, per toglierti il sorriso e assorbire ogni piccola parte di te.

a volte ho la sensazione che questo cielo ci sia per governare il tuo spirito, moderare la tua irruenza e accrescere il dissidio interiore.

a volte ho la sensazione che questo cielo ci sia per prendersi tutto quello che è sotto di lui

10 giugno 2012

Tutto l'amore che c'è

Ricordo quelle domeniche d’estate, quando poco più che bambino era il caldo a svegliarmi. Lasciavo il mio letto e la mia stanza per mettermi alla tua ricerca.

E ti trovavo lì, al posto di sempre. In cucina, indaffarata come al solito. Intenta a preparare il pasto che avremmo portato con noi, tutto quello che riuscivi a mettere tra i fornelli e le pentole.
Ti abbracciavo le gambe - quello permetteva la mia infantile statura - ma col tempo sono riuscito ad abbracciarti tutta, stringendoti le spalle.
Ogni volta, qualunque fosse la mia altezza, ripetevi: “Che ci fai sveglio? È ancora così presto”. Allora mugugnavo qualcosa e sedevo al tavolo della cucina aspettando paziente che tu preparassi la colazione.

Fino all’adolescenza il caffè era qualcosa di lontano dai miei desideri. Poi, con il tempo, iniziò a presentarsi costante a queste e ad altre mille colazioni.
Ma quello che mangiavo solo in quelle domeniche estive lo ricorderò per sempre. Fette di pane, tagliate spesse e con la crosta croccante, cosparse di quel sugo che ribolliva per ore. Pane e pomodoro. Quel pomodoro che nessun’altra è stata più capace di prepararmi.

Le gambe, a penzoloni, sporgevano dalle sedie troppo alte, dalle sedie su cui mi tenevi in braccio. Ricordo il tuo buon odore. in quegli abbracci. Un odore che mi è entrato dentro.
L’odore di te. Del tuo amore.
L’odore di quell’affetto che si dà senza riserve, senza se e senza ma. L’amore che solo il sangue sa legare a doppio filo.

Poggiavo la testa sulla tua spalla, nell’incavo del collo, e lì riuscivo a sentire anche il tuo respiro. Ho continuato a farlo finché ho potuto.
Mi sono aggrappato alla tua spalla, alla tua magrezza così fiera. Cercavo in quel gesto infantile tutto l’amore del mondo. Cercavo in quel gesto tutto l’amore che c’è.

Scorrono nella mente le foto che un tempo mostravi a me, ormai cresciuto abbastanza da avere la forza per aprire il cassetto e sparpagliare gli scatti sul pavimento di casa. Tiravo via il coperchio alla scatola che conservava i tuoi ricordi e le cacciavo una ad una.
Foto di te al mare. Foto di te bambina che eri tenuta in braccio da una estranea. Te da giovane o giovanissima che indossavi una corta gonna di jeans. I tuoi capelli così insoliti. Gli occhi lucenti di chi ha tutta una vita davanti.

E poi, nascoste sul fondo, le foto di voi. Felici. Sorridenti. Immagini di una vita fa.
Chiudo gli occhi. Sono stanco. Ormai alla mia età faccio fatica anche a pensare, ma resta scolpito nella mia mente il ricordo delle sere in cui entravi in camera e mi stringevi a te. Mi baciavi la fronte, mi chiedevi di aprire la bocca e farti sentire se avevo lavato i denti. Ti guardavi intorno e nel mio disordine vedevi un ordine tutto strano delle cose. Chiudevo gli occhi sapendo che al mattino ci saresti stata. Ho chiuso gli occhi per anni con questa convinzione, a volte curandomi di più del tuo amore, a volte curandomene meno, distratto da mille cose inutili.

Mi viene difficile anche soltanto chiamarti, invocarti. Soffoca nella mia gola una sola parola, quella che pronunciavo  quando sulla porta mi davi le spalle e stavi per spegnere la luce e ti chiedevo un altro bacio. Oggi chiudo gli occhi sapendo che se domani mattina dovessi aprirli di nuovo tu non ci sarai. Viene giù una lacrima e poi di colpo tra mille rughe spunta un sorriso.
Ripensare a te fa sì che i miei occhi brillino. Ripensare a te fa sì che io possa sentire ancora tutto l’amore che c’è.




04 giugno 2012

Una danza di colori


Non aveva importanza che la storia fosse già iniziata, dal momento che il kathakali ha scoperto molto tempo fa che il segreto delle Grandi Storie è che esse non hanno segreti. Le Grandi Storie sono quelle che abbiamo già sentito e che vogliamo sentire di nuovo. Quelle in cui possiamo entrare da una parte qualunque e starci comodi. Non ci ingannano con trasalimenti e finali a sorpresa. Non ci sorprendono con l'imprevisto. Ci sono familiari come le case in cui abitiamo. Come l'odore della pelle del nostro amante. Sappiamo in anticipo come vanno a finire, eppure le seguiamo come se non lo sapessimo. Allo stesso modo in cui sappiamo che un giorno dovremo morire, ma viviamo come se non lo sapessimo. 
(Il Dio delle piccole cose - Arundhati Roy)









Particolari - Gustav Klimt


Un'educazione difficile


Conosco quella bambina.
Porta da sempre capelli corti, continua a ripetere a tutti che a lei piacciono così, eppure in cuor suo non fa che invidiare le altre che sfoggiano trecce e codine.  Accade analogamente per i vestiti, vorrebbe poter indossare abitini e gonne rosate, ma si ritrova sempre in pantaloni per poter correre, saltare e rendere tutto più facile.

Per non parlare di ciò che accade con le cadute.
Sempre pronta a rialzarsi, senza versare una lacrima, senza dire che le fa male e che avrebbe bisogno di aiuto. Le cosiddette mosse le lascia alle altre. Lei non può certo cedere, altrimenti il più forte la mangerà.

Cresce. Disillusa. Indipendente. Tragicamente autonoma. Distaccata.

Adesso non sono più le trecce a essere invidiate; lei continua a radersi la testa. Continua con “comodi” tagli maschili che le permettono di sentirsi più forte. Le garantiscono un’indipendenza fisica e mentale, che altrimenti non riuscirebbe a manifestare.
Gli abiti sono monocromatici, seguono la linea del non notato. Camuffa ogni sorta di forma, anche se la natura non è stata generosa.

Ricorda più un giovane che una giovane. Magra con spalle larghe e bacino stretto.
Alle altre non invidia unghia laccate o smalti appariscenti, si limita al nero su unghia corte, tonde, ben lontane dagli artigli felini di alcune gatte.
Ciò che è rimasto immutato è il carattere. Sempre forte, sempre indipendente, sempre autonoma,  capace di reagire ai colpi più forti. Ma anche scontrosa, riservata, a tratti impenetrabile. Socievole e sociale solo su discriminazione. Loquace? A volte. Non sempre, non con tutti. Riflessiva. Spensierata. Responsabile. Imprevedibile. A tratti immatura e irresponsabile. Incapace di seguire una strada piuttosto che un’altra. Incostante nell’umore e nelle relazioni.
Sola.

È troppo forte per alcuni. Per altri troppo indipendente. C’è chi giurerebbe di non averla mai vista versare una lacrima. Eppure a volte succede che, senza fondamento alcuno, qualcosa venga giù da quegli occhi a mandorla. Qualcosa si fa spazio lungo le guance e si apre la strada fino a schiantarsi sugli abiti, sulla pelle scoperta o su un cuscino. Se accade in pubblico poco importa, è cresciuta sostenendo gli sguardi. Si chiude a riccio nella sua giacca e cerca nel panorama circostante un punto da fissare. Un punto che possa traghettarla oltre la valle di lacrime incompiute che si porta dietro.

Sorride. Sorride sempre. E continua a farlo malgrado tutto. Malgrado la violenza, l’abbandono, gli abbracci negati. Malgrado i no di chi avrebbe dovuto dire sì. Malgrado il grigio che certi giorni portano con sé.
E a chi le chiede come possa reggere un così fragile castello di emozioni risponde: “È un’educazione difficile. Nulla più.”