Sofì non avrebbe permesso che quell’evento le rovinasse la
giornata, eppure era lì a fissare quel corpicino senza vita che galleggiava
nella boccia piena d’acqua. Era morto. Allo scadere dei 3 mesi, il pesce rosso
che aveva comprato era venuto a mancare. Sì, dispiaciuta per quella perdita,
Sofì era lì a piangere più per quello che quel pesce rappresentava che non per
la reale perdita. Che fosse un po’ cinica ne era cosciente, ma questa volta era
diverso.
E adesso? Adesso era lì a fissarlo. A fissare il suo ultimo
fallimento. E poco importava degli ammonimenti dell’amica o del negoziante
stesso. Lei aveva perso e quel pesce, lasciato scivolare giù per le tubature,
portava via con sé tutte le speranze di Sofì, tutti i suoi sogni, e il suo
malsano ottimismo. Come se la vita di un pesce avesse potuto cambiare quello
che lei non riusciva a gestire ormai da anni. Doveva fermarsi e capire.
Prendere coscienza della realtà dei fatti: lei non sarebbe mai stata in grado
di gestire una relazione umana e questo non sarebbe mai cambiato nel tempo.
Tutti gli sforzi, le sedute con i luminari, i cambi di città, di
giri, di lavoro o di colore di capelli non le sarebbero tornati utili. Nessuna
di queste pazzie, e di certo non nuovi colpi testa, l’avrebbero aiutata. Forse
sì, c’era una cosa che lei avrebbe potuto fare, ma sicuramente non ci aveva mai
pensato. Anzi, Sofì aveva cercato di evitarlo con tutte le sue energie. Fermarsi.
Sofì avrebbe dovuto solo fermarsi. Ferma, una parola “difficile”. Era una
condizione che la faceva soffrire e le poche volte che l’aveva sperimentata era
stato per lei un castigo divino. Aveva iniziato da piccola a non stare ferma.
Non stiamo parlando della solita bambina più vivace delle altre, no. A Sofì non
bastava uscire dalla classe per gironzolare nei corridoi o nel giardino della
scuola, lei se ne andava nelle cucine a fare quattro chiacchiere con la cuoca e
le sue aiutanti. Se dopo 10 minuti che era uscita dalla classe non era ancora
rientrata, potevi trovarla lì seduta ad assaggiare il pranzo e a parlare con
quelle donne. Era sullo sgabello che cercava di memorizzare i gesti, le parole,
le accortezze che la cuoca riservava alle pietanze, ne era stregata. A chi le
domandava perché la cucina, lei rispondeva dicendo: “Ho capito che da grande
voglio diventare una brava cuoca e cucinare per le persone che amo!” ovviamente
lo diceva con tutta l’innocenza che una bambina di 5 anni può avere, ma a 6
andava dietro al giardiniere dicendo che avrebbe voluto riempire di fiori le
case della nonna e delle zie. A 7 anni seguiva la suora insegnante di musica
dicendo che lei aveva avuto una visione e così via, fino ai 24 anni passando
tra astronauti, scrittori, fotografi, sarte e pittori. Se c’era una professione
che Sofì non aveva desiderato fare, quella era il medico. Lei no. A differenza
dei compagni che a 5 anni avevano deciso che avrebbero fatto i “dottori” e che
poi ci sono riusciti, lei saltava da un mestiere all’altro, passando ogni volta
da un mondo immaginario a uno nuovo. E ciò si era perpetuato fino all’ufficio
in cui era imprigionata per qualche ora al giorno.
Sofì era la segretaria di uno studio medico per due mattine a
settimana (strano il destino, eh), dog-sitter all’occorrenza per alcune
pazienti dello studio, disegnatrice di fumetti per una rivista indipendente e
la trapezista in un bar. E se era in quella città da ormai un anno era solo per
quest’ultima occupazione. Volteggiare in un cerchio sospeso a mezz’aria mentre
la musica sovrasta le voci, eseguire quei movimenti senza doversi curare degli
altri, senza che gli altri si curino di te, perché col tempo è stato questo
l’equilibrio raggiunto e solo gli avventori occasionali si lasciavano
impressionare. Gli altri. Tutti gli altri erano assuefatti, indifferenti e
noncuranti. E lei era felice così. Poteva ballare ad occhi chiusi senza che
nessuno la infastidisse, senza che nessuno l'avvicinasse.
Il pesce era stato un diversivo, un modo per mettersi in gioco e
vedere la sua capacità di tenere fede a un progetto più lungo delle sue
relazioni. Scoprirlo morto e constatare che fossero trascorsi solo 3 mesi non
era stato un grande risultato. Ma adesso? Cambiare città e ricominciare di
nuovo tutto da capo. L’idea non era male, avrebbe potuto impacchettare le sue
poche cose ed estrarre una città a caso dal sacchetto che portava con sé. Sofì
era stata lungimirante, una notte d’estate si era detta che non avrebbe potuto
lasciare al solo fato la possibilità di decidere per lei e che avrebbe dovuto
controllare almeno in parte il suo futuro; così era finita a scrivere su di un
foglio le città in cui avrebbe voluto vivere. Aveva messo i bigliettini in un
sacchetto e ne estraeva uno ogni volta che era stanca di stare ferma, ogni
volta che la sua vita sembrava aver raggiunto un punto morto.
La famiglia, che ormai vedeva solo per le tradizionali feste, da
tempo si era abituata a questa propensione da giramondo. Sofì chiamava con
regolarità la nonna e le zie, la madre tutti i giorni, il padre a giorni
alterni, tutti gli altri con una frequenza che si adattava alla gravità del periodo
che stavano vivendo. Sapeva che il suo era un limite, era pienamente cosciente
del fatto che così non avrebbe potuto continuare, ma non riusciva a smettere.
La sua curiosità e il suo desiderio di misurarsi sempre con qualcosa di nuovo
l'avevano resa schiava e così era finita ad a avere sempre più affetti lontani,
a circondarsi di libri, a collezionare lavori strani e a non avere relazioni,
ma solo future ex-relazioni. Eppure Sofì si vedeva mamma, moglie, amante, zia,
si vedeva presente nelle vite degli altri, ma appunto si "vedeva",
non le riusciva "essere" mamma, moglie, amante, zia, sorella, figlia.
Sofì era cosciente che stava pagando la sua indipendenza, la sua libertà, il
suo essere irrequieto con una moneta cara.
Svuotata la boccia, la stava lavando con movimenti delicati,
aveva già messo via i sassi, e ora le toccava completare la pulizia del tutto.
Con le mani immerse nella schiuma, Sofì ebbe quell'idea che nessuno si sarebbe
aspettato da lei. Lasciò tutto nel lavello come se alla porta ci fosse stato un
ospite importante. Prese il sacchetto delle città e lo svuotò sul letto,
c'erano ancora venti bigliettini. Li guardò confondersi con i colori del
copriletto, cercò il filo conduttore fra quelle lettere, la sua vita e la sua
attuale condizione. Aprì la finestra e li buttò al vento. Li vide scomparire
volteggiando nell'aria, perdendosi nel cielo di quella città.
Con quel gesto, Sofì aveva sancito il più grande patto con se
stessa: fermarsi. Era quella la sfida più grande, il più grande salto nel buio che lei potesse fare. Che strana la vita: per alcuni il rischio, l’incertezza,
la misura del brivido risiedono nel cambiamento, nel nuovo. Per lei era il
contrario. L’immobilità.
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